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Commercio equo e solidale: analisi della filiera del cacao

Informazioni tesi

  Autore: Davide Reverdito
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Economia
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Giovanni Peira
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 195

Nonostante lo sviluppo economico sostenuto e le concessioni dei paesi sviluppati in materia di apertura commerciale, le condizioni di milioni di persone, soprattutto nelle zone a clima temperato di Africa e Asia, continuano ad essere al di sotto della soglia di povertà. Da numerosi studi condotti sulle relazioni tra climatologia e reddito pro capite nelle diverse zone climatiche, è emerso che questa condizione si protrae da decenni ed è influenzata pesantemente da un cocktail di fattori penalizzanti, tra cui le restrizioni e le cattive condizioni commerciali cui sono soggetti i paesi sottosviluppati. Per cercare di contrastare questa tendenza, da inizio anni ‘60 si sono sviluppati numerosi movimenti, che identificandosi nello slogan ideale ‘trade not aid’ hanno iniziato a battersi per la garanzia di condizioni commerciali più eque e per la riduzione dei dazi verso i paesi più poveri. Da queste correnti ha preso origine pochi anni dopo il movimento del ‘fair trade’, con l’obiettivo principale di ridurre la povertà tramite nuove forme di commercio. Tra i valori di cui il CES si è fatto portatore, la creazione di nuove opportunità per i produttori economicamente svantaggiati, la responsabilità sociale e la formazione, la garanzia di un prezzo equo e di prefinanziamento, la tutela dei diritti dei lavoratori e delle pari opportunità, il rispetto dei diritti dei bambini e dell’ambiente ed il miglioramento delle condizioni commerciali sui mercati internazionali.
Negli anni il CES ha vissuto fasi di sviluppo disomogeneo, fino ad arrivare alla propria maturità a partire dagli anni ‘90, che ne hanno anche sancito il riconoscimento istituzionale, soprattutto nei paesi europei. La fase di sviluppo recente ha visto poi l’interessamento di molte multinazionali della grande distribuzione, che hanno ormai incluso i prodotti equo solidali nei propri assortimenti in pianta stabile.
La ricerca si propone di rilevare sia i benefici che questa forma commerciale porta alle società dei paesi sottosviluppati, che gli impatti che ha sui prezzi dei prodotti commercializzati nei paesi del ‘nord del mondo’. Al fine di perseguire tale intento verrà analizzata la struttura dei diversi canali distributivi, con i vantaggi e gli inconvenienti che essi comportano in un’ottica di miglioramento delle condizioni di vita globali della domanda e dell’offerta.
Inoltre verrà analizzata l’evoluzione delle normative di carattere restrittivo negli anni, ed il loro impatto sugli scambi commerciali e sui prezzi internazionali delle materie prime. Lo studio si focalizzerà poi sul mercato del cacao, attraverso un’analisi approfondita sulle dinamiche che caratterizzano tale mercato oligopolistico, nel quale pochissimi attori multinazionali determinano le regole del gioco. L’intero settore del cacao è caratterizzato da un alto grado di concentrazione: sette paesi rappresentano l’85% della produzione di cacao, cinque imprese controllano l’80% del commercio del cacao, cinque società detengono il 70% della lavorazione del cacao e sei multinazionali del cioccolato controllano l’80% del mercato del cioccolato.
In questa situazione il ruolo delle organizzazioni del commercio equo è fondamentale per permettere la sopravvivenza di milioni produttori, per permettere loro di mantenere le loro famiglie, le loro attività e per uscire dalla soglia di estrema povertà. I prezzi bassi del cacao sui mercati non permette, infatti, spesso nemmeno di coprire i costi di produzione, e l’impossibilità di raggiungere direttamente i mercati di sbocco costringe sovente i produttori a sottostare alle regole ed ai prezzi dettati dagli intermediari. L’analisi prosegue poi nell’individuazione delle differenze che caratterizzano il canale alternativo di distribuzione fair trade rispetto a quello tradizionale nella determinazione delle differenze di prezzo sugli scaffali delle principali catene di supermercati che li distribuiscono. L’obiettivo è quello di certificare l’efficienza del modello CES, che riesce a sfruttare vantaggi strutturali in alcune pratiche, riuscendo a garantire prodotti di qualità a prezzi allineati a quelli delle principali aziende di mercato. L’obiettivo del network non è infatti quello di fornire prodotti a prezzi superiori a quelli medi di mercato, facendo leva sulla loro valenza sociale e ambientale, bensì quello di portare nei punti vendita merci che possano sostenere sia dal punto di vista qualitativo che da quello della convenienza, la pressione concorrenziale dei prodotti della rete tradizionale.
L’obiettivo del lavoro è dunque quello di mettere in risalto i vantaggi garantiti sia all’offerta che alla domanda, poiché il commercio equo e solidale non è assolutamente un’ ‘opera di beneficienza’ ma una forma commerciale sostenibile che punta sulla più equa redistribuzione dei vantaggi economico commerciali.

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INTRODUZIONE Nonostante lo sviluppo economico sostenuto e le concessioni dei paesi sviluppati in materia di apertura commerciale, le condizioni di milioni di persone, soprattutto nelle zone a clima temperato di Africa e Asia, continuano ad essere al di sotto della soglia di povertà. Da numerosi studi condotti sulle relazioni tra climatologia e reddito pro capite nelle diverse zone climatiche, è emerso che questa condizione si protrae da decenni ed è influenzata pesantemente da un cocktail di fattori penalizzanti, tra cui le restrizioni e le cattive condizioni commerciali cui sono soggetti i paesi sottosviluppati. Per cercare di contrastare questa tendenza, da inizio anni ‘60 si sono sviluppati numerosi movimenti, che identificandosi nello slogan ideale ‘trade not aid’ hanno iniziato a battersi per la garanzia di condizioni commerciali più eque e per la riduzione dei dazi verso i paesi più poveri. Da queste correnti ha preso origine pochi anni dopo il movimento del ‘fair trade’, con l’obiettivo principale di ridurre la povertà tramite nuove forme di commercio. Tra i valori di cui il CES si è fatto portatore, la creazione di nuove opportunità per i produttori economicamente svantaggiati, la responsabilità sociale e la formazione, la garanzia di un prezzo equo e di prefinanziamento, la tutela dei diritti dei lavoratori e delle pari opportunità, il rispetto dei diritti dei bambini e dell’ambiente ed il miglioramento delle condizioni commerciali sui mercati internazionali. Negli anni il CES ha vissuto fasi di sviluppo disomogeneo, fino ad arrivare alla propria maturità a partire dagli anni ‘90, che ne hanno anche sancito il riconoscimento istituzionale, soprattutto nei paesi europei. La fase di sviluppo recente ha visto poi l’interessamento di molte multinazionali della grande distribuzione, che hanno ormai incluso i prodotti equo solidali nei propri assortimenti in pianta stabile. La ricerca si propone di rilevare sia i benefici che questa forma commerciale porta alle società dei paesi sottosviluppati, che gli impatti che ha sui prezzi dei prodotti commercializzati nei paesi del ‘nord del mondo’. Al fine di perseguire tale intento verrà analizzata la struttura dei diversi canali distributivi, con i vantaggi e gli inconvenienti che essi comportano in un’ottica di miglioramento delle condizioni di vita globali della domanda e dell’offerta. 5

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