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I processi metaforici nel cinema

Informazioni tesi

  Autore: Paolo Ambrosi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Loretta Guerrini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 242

La tesi è un lavoro prettamente interdisciplinare, poiché tratta di un tema proprio della tradizione filosofica, quale la natura conoscitiva dei processi metaforici, collocandolo nel campo specifico del linguaggio cinematografico. Il “fenomeno cinema”, analizzato nella sua genesi e nella sua evoluzione, è visto come un surrogato artificiale della processualità tipica della coscienza umana.
Inoltre tale “meccanismo della visione” è inserito nel più ampio contesto di una storia della visione occidentale ma con puntuali riferimenti, di antropologia della percezione, alle rappresentazioni visive di altre culture. Il linguaggio cinematografico, per la sua peculiarità multimediale, costituisce un privilegiato campo d’indagine della trans-sensorialità o trans-modalità dei sensi, viste a fondamento dei processi metaforici insiti in ogni linguaggio. Di conseguenza il cinema, pur analizzato nel dettaglio di singoli elementi e sequenze, è costantemente rapportato ad altri linguaggi quali la musica, il fumetto, la pittura e la letteratura, indagati come il cinema nella loro sintassi e semantica. La tesi è corredata da un ampio apparato iconografico e da un approfondito repertorio di note interattive, oltre a numerosi links ed un breve filmato di una sequenza analizzata nel testo.

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I. . [p. 1] [INDICE] Necessità di una “Retorica del Cinema” come caso particolare del vasto campo della “Retorica del Visibile”, e suoi rapporti con la Linguistica, la Semiotica e l’Estetica. I a. Origini del cinematografo e contesto storico-culturale. I b. Motivazioni e finalità di un approccio retorico alla vastissima problematica teorico-pratica del cinema. I a. Origini del cinematografo e contesto storico-culturale. Un’onda è impossibile senza il mare così come, parafrasando Ejzenstejn, una poesia è impossibile senza una retorica o, ancora, un Mozart senza un Salieri…. e potremmo continuare all’infinito, percorrendo il fittissimo intreccio dei contesti e dei substrati che rendono possibile il “reale” e, dunque, come prodotto immaginario di esso, ogni singolo elemento di qualsivoglia cultura. Si vede facilmente, infatti, che ogni nuova manifestazione dell’attività umana, quale può essere ad esempio la nascita di un nuovo linguaggio, nella fattispecie il cinematografo, non scaturisce certo dal nulla ma s’inserisce in un amplissimo reticolo di cui fanno parte non solo tutte le altre arti ma anche tutte le altre “tecniche” (e non si finirà mai di evidenziare abbastanza la natura di “macchina”, di “congegno automatico” del cinema, che tanto ha determinato e tanto determina la sua evoluzione), così come tutte le conoscenze disponibili (come non ricordare, del resto, tutte le speculazioni e gli esperimenti intorno alla “Natura della Visione”, introdotte nel cinema ed indotte dal cinema stesso: basti ricordare, per tutte, le enormi potenzialità regalate alla scienza da un tale dispositivo), per non parlare poi dell’incredibile impatto sociologico, politico, economico, emotivo e conoscitivo, in ogni senso, che il mirabolante e terrorizzante macchinario cinematografico, sorta di mortale connubio tra un teatro, un circo e un laboratorio scientifico produsse alla sua apparizione nelle prime vere, entusiaste, stupefatte e intimorite “masse popolari” di fine ‘800, sospese tra fede ingenua e incrollabile nel progresso e nella scienza e un riemergere sotterraneo, ma continuo, di motivi irrazionali, mistici ed oscuri. Sandro Bernardi (il cui volume “Introduzione alla Retorica del Cinema”, 1 utilizzeremo come punto di riferimento costante, dato il suo carattere sistematico e specifico riguardo le tematiche che prenderemo in esame) a tal proposito, cita numerose e gustose fonti riguardo l’improvviso aprirsi di una città sconosciuta, di una vita insospettata, in fondo di una realtà inedita e di uno sguardo inaudito sulle cose, che l’implacabile occhio meccanico 2 e disumano donava agli spettatori di allora, umani increduli di nuovo alle prese con un novello fuoco prometeico. Nulla poté più essere come prima: il nostro stesso “essere nel mondo” ne era inficiato e nella maniera più subdola, perché quello strano e appariscente apparecchio, addirittura sognato, ancor prima della sua apparizione, da numerosi visionari scrittori dell’ Ottocento e presente, in maniera precisa e inquietante, nei resoconti clinici dei deliri psicotici, 3 ammaliandoci con la sua fascinazione ipnotica, ci faceva regredire ad un’infanzia non solo emotiva ma, cosa ben più grave perché dagli esiti sconosciuti, ad un’infanzia conoscitiva in cui i confini tra le cose, tra gli stessi sensi, tra noi e il mondo esterno, tra noi e gli altri si facevano sempre più labili fino quasi a 2

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