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La poesia di Carlo Vallini: un approdo crepuscolare all'alba del Novecento

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Pettinari
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Mirko Bevilacqua
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 78

Chi si accingesse a leggere il poemetto "Un giorno", dopo aver sfogliato anche solo qua e là le pagine della raccolta giovanile del Vallini, rimarrebbe certamente impressionato. Se è lecito per uno scrittore cambiare radicalmente poetica nel corso del tempo, è se non altro curioso trovare “atteggiamenti letterari così manifestamente contrastanti” in uno stesso poeta, nel giro di pochi mesi, in due opere, recanti entrambe il 1907 come data tipografica , che quasi “non sembrano stilate dal medesimo autore, tanto il secondo Vallini è diverso dal primo” . I “fasti della tristezza” , celebrati solennemente nella "Rinunzia", vengono sacrificati sull’altare del rinnovamento per lasciare spazio ad una poesia non più gravata dall’ipoteca dannunziana. I sentori di una ribellione in atto sono percepibili “nell’evoluzione poetica contemporanea”, che contempla con occhio compiaciuto “il soffio d’aria innovatrice che agita la generazione nuova, l’insofferenza d’ogni vincolo retorico, la smania di sottrarsi ad ogni scuola, di tentare nuovi sentieri”. La volontà di rompere con la tradizione è tale che “oggi ogni esordiente si reca a vergogna una qualsiasi reminiscenza e nell’accingersi all’opera, più che la ragione dell’Arte, gli sta a cuore l’originalità, l’originalità ottenuta a qualunque costo”. La stagione della grande poesia di Carducci, D’Annunzio e Pascoli, smarrita l’aureola luminosa portata per più di mezzo secolo, è giunta al crepuscolo: nessuno è più disposto a rievocare quei segni, a rintracciarne le impronte, men che meno ad emulare i passati splendori. A dirlo è Guido Gozzano nella recensione da lui scritta, ma non firmata, a "Un giorno" di Carlo Vallini, considerato “certo fra i volumi più belli comparsi nell’anno”. Ebbene Vallini si situa proprio in questa dimensione di affrancamento dalla morsa estetico-decadente, da cui si era lasciato avvinghiare nei versi della giovinezza, e che ora ha la possibilità di spazzare via, ponendosi sotto l’ala protettrice di Gozzano e di quel gruppo di giovani (la cosiddetta “scuola dell’ironia” o meglio pseudo-scuola, poiché, in quanto tale, non esistette mai) che ha intenzione di testimoniare, con la propria opera, quella “crisi storica in rapporto al vivere” che caratterizzerà la condizione crepuscolare e condizionerà tutta la poesia del Novecento.

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4 1. All’ombra di Medusa “Rivedo nell’ampia aula dell’Ateneo torinese, tra la folla innumere e diversa che non trova posto nei banchi a scalea e si assiepa nei ripiani e fa ressa alla porta, il volto pallido e glabro di Guido Gozzano […], la dolce figura di Giulio Gianelli […] – ed ancora – più in là, ritto in piedi, il volto inciso come una medaglia, altero e dispettoso, […] Carlo Vallini” 1 . Quella che Carlo Calcaterra tratteggia, con tanta perizia di particolari, propria di chi di quella realtà prese parte, è la rievocazione di una scena universitaria in cui si stagliano, appena tratteggiate, le figure di alcuni giovani, anzi “giovanissimi” 2 , intenti ad ascoltare le lezioni, e la lezione tout court, di Arturo Graf. E’ ad una massa indistinta di studenti dell’università di Torino che il maestro insegna letteratura italiana ma è ai futuri poeti, i primi di una nuova generazione letteraria e gli ultimi fioriti “all’ombra di Medusa” 3 , che il Graf si rivolge nella prefazione del suo libro Ecce homo, con toni insieme malinconici e speranzosi. La dedica suona vagamente indirizzata “ad alcuni giovanissimi” 4 . E’ la generazione di Gozzano, Gianelli e Vallini che, ancora nascosta tra i banchi, è prossima a sbocciare, salvo che il frutto si marcirà precocemente, bruciato da un inverno ostile d’inizio Novecento. Giovani eppur vecchissimi, condannati ad una senilità precoce, assuefatti ad uno stato di sopore, di acquiescenza rassegnata, di incapacità di “sognare e d’amare” 5 . Capro espiatorio di questa rarefazione dei sensi e della volontà è la “civiltà cupa e feroce” 6 che il Graf addita al pubblico ludibrio come “bugiarda, 1 C. Calcaterra, Poeti all’ombra di Medusa in Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944, p. 3. 2 In seguito sarà chiarito il significato di questa espressione tratta da A. Graf, prefazione ad Ecce homo: aforismi e parabole, Milano, Treves, 1908, p. XXI. 3 E’ ripreso dal titolo del primo capitolo del volume di C. Calcaterra Poeti all’ombra di Medusa, cit., per indicare l’apprendistato poetico di alcuni giovani studenti, tra cui Gozzano e Vallini, sotto la guida di A. Graf, di cui si ricordano le raccolte poetiche intitolate Medusa (1880) e Morgana (1901). 4 Faccio riferimento alla prefazione di A. Graf ad Ecce homo, cit., pp. XXI-XXII, dedicata – per l’appunto – “Ad alcuni giovanissimi”. Riporto un estratto del significativo incipit: “Voi siete tristi e non sapete perché. Se non è gioconda la giovinezza, quale altra età della vita potrà esser gioconda? La vostra giovinezza è come una pianta cui siano contrari il clima e il suolo. Voi siete tristi della tristezza di questa nostra civiltà cupa e feroce, non meno infesta ai giovani che ai vecchi. […] Voi sentite morire alla giovinezza prima ancora d’averla assaporata. L’anima vostra si oscura e si fredda. Non avete più tempo, né voglia, di sognare e d’amare.” 5 A. Graf, Ecce homo, cit., p. XXI. 6 Ivi, p. XXII.

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