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I rifugiati afghani: un popolo in fuga tra esodo e rimpatrio

Quando i principali network internazionali trattano le problematiche relative all’Afghanistan quasi sempre parlano dei numerosi conflitti che da più di trent’anni dilaniano questo paese, (l’invasone dei sovietici, la successiva guerra civile tra le fazioni dei partiti islamici, i massacri e gli odi etnici fomentati dai talebani ed il recente conflitto che ha visto impegnati in prima linea gli Stati Uniti), dalla tormentata geografia, collocato nel cuore dell’Asia Centrale. Sull’Afghanistan in passato si sono concentrati gli interessi economici di alcune potenze occidentali e di alcune multinazionali del petrolio, per il passaggio di gasdotti e oleodotti, ma raramente viene ricordato come il paese che per quasi venti anni ha generato il numero di rifugiati più elevato del Mondo.
Le guerre combattute in sequenza, infatti, hanno prodotto come effetto collaterale più di sei milioni di rifugiati afghani, per certi versi prevedibile, ma spesso colpevolmente sottovalutato dagli Stati e dalle Organizzazioni Internazionali. Le vicende della diaspora del popolo afghano seguono l’andamento altalenante della storia di questo paese. Nel pieno delle guerre che hanno devastato l’Afghanistan, i rifugiati hanno ricevuto il sostegno e la solidarietà della comunità internazionale e di alcuni specifici donors, quando invece si sono spenti i riflettori sui conflitti, l’assistenza economica e logistica ai rifugiati è tornata a gravare esclusivamente sull’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e su poche Organizzazioni non Governative di carattere umanitario.
Nella primavera del 2002, dopo la caduta del regime talebano e la conseguente instaurazione di un governo democratico di riconciliazione nazionale presieduto da Karzai, l’UNHCR ha sottoscritto due Accordi Tripartiti rispettivamente con il Pakistan e l’Iran, che coinvolgevano direttamente anche l’Afghanistan, finalizzati alla facilitazione del rimpatrio volontario di milioni di rifugiati.
Il primo anno di attuazione del Voluntary Repatriation Programm si è rivelato un grande successo, infatti più di due milioni di rifugiati, in un clima di entusiasmo e di grandi aspettative, hanno fatto ritorno dai luoghi di esilio, nella speranza di potere ricominciare una nuova vita nella loro patria, che erano stati costretti ad abbandonare. Negli anni successivi, fino alla fine del 2008, il flusso dei rimpatri è progressivamente diminuito, ad ogni modo il programma promosso dall’UNHCR in Afghanistan rimane il più vasto mai attuato nei suoi cinquant’anni di storia, che ha permesso il rimpatrio di più di cinque milioni di rifugiati in poco meno di sei anni.
La situazione dei rimpatriati, così come quella del resto della popolazione civile, appare oggi piuttosto precaria, perché in Afghanistan non si sono realizzati i progressi sul piano economico, politico e sulla sicurezza sociale auspicati all’indomani della Conferenza di Bonn del 2001.
La fragile autorità del governo locale, (che non riesce ad estendere la sua autorità su molte zone del centro-sud), la cronica mancanza di servizi ed infrastrutture a beneficio della popolazione, il mancato sviluppo di un mercato legale alternativo a quello dell’oppio, unita alla sempre maggiore recrudescenza degli attacchi dei talebani e di altri gruppi criminali, hanno messo in serio pericolo la stabile reintegrazione di milioni di rifugiati rimpatriati e di sfollati.
Secondo numerosi osservatori ed esperti, oggi in Afghanistan sussiste il serio rischio di un nuovo vasto processo di migrazione da parte dei rimpatriati, che di fronte alle enormi difficoltà legate alla loro reintegrazione in patria, potrebbero decidere di ritornare in Pakistan ed Iran, dove continuano a mantenere attiva la rete di legami sociali e professionali costruita nei lunghi anni di esilio.
Le problematiche sorte in merito alla reintegrazione dei rifugiati rimpatriati, hanno prodotto una seria riflessione da parte dell’UNHCR e delle Agenzie umanitarie, sull’opportunità di proseguire, in futuro, con il rimpatrio degli oltre tre milioni di rifugiati che sono nati in Pakistan ed Iran o che vivono in questi paesi da oltre venti anni. Alcuni studiosi ed esperti del fenomeno delle migrazioni hanno suggerito soluzioni alternative al rimpatrio in pianta stabile dei rifugiati, che negli anni passati hanno deciso di emigrare non solo per sfuggire alla guerra, ma anche per motivi economici.

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Introduzione In seguito ai tragici eventi dell’11 settembre l’Afghanistan è tornato nuovamente d’attualità nel dibattito politico internazionale, costituendo la prima emergenza da affrontare nell’ambito della politica estera degli Stati Uniti e degli stati del mondo occidentale, per le note vicende legate al terrorismo di matrice fondalmentalista islamica. I brutali metodi di governo adottate dal regime talebano, (fino ad allora quasi sconosciuto), basati su gravissime violazioni dei diritti e della dignità umana, hanno profondamente scosso l’opinione pubblica di tutto il mondo civilizzato. La campagna militare Enduring Freedom, promossa dalla passata amministrazione Bush, finalizzata ad esportare la democrazia laddove si riteneva che vi fossero le radici del terrorismo Jihadista, ha inizialmente ricevuto un ampio consenso internazionale. Il regime talebano, accusato di dare ospitalità a Bin Laden ed ai vertici di Al-Quaeda, veniva considerato come la principale minaccia, ai valori del mondo libero e democratico, che andava assolutamente scongiurata. Come è sempre avvenuto nella storia passata di questo paese, dopo la fine ufficiale della guerra, l’Afghanistan è progressivamente scivolato in secondo piano nell’agenda politica degli attori del sistema internazionale. A partire dal 2003 gli Stati Uniti hanno preferito concentrare i loro interressi geostrategici in Iraq e nella regione medio- orientale. Soltanto in seguito alla nuova escalation di violenza, (guidata dai redivivi talebani e dai vecchi signori della guerra), che ha fatto nuovamente precipitare in maniera drammatica la situazione umanitaria, rischiando di destabilizzare il fragile equilibrio dell’intera regione, la comunità internazionale è ritornata nuovamente a preoccuparsi dell’Afghanistan. Spesso si parla di questo paese in occasione dei numerosi conflitti che lo hanno caratterizzato negli ultimi trent’anni, (l’invasone dei sovietici, la successiva guerra civile ed il recente conflitto che ha visto impegnati in prima linea gli Stati Uniti), qualche volta per la politica dei gasdotti e degli oleodotti (numerosi progetti prevedevano il passaggio della rete di gas e petrolio dal territorio afghano), ma raramente l’Afghanistan viene ricordato come il paese 5

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Marco Bellone Contatta »

Composta da 266 pagine.

 

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