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La questione giuliana e l'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia (1943-1956)

Informazioni tesi

  Autore: Alfonso Albanese
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Francesco Malgeri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 225

Negli anni del secondo dopoguerra, metà degli abitanti e nove decimi degli italiani che vivevano nelle regioni cedute alla Jugoslavia per effetto prima del Trattato di pace di Parigi (1947), e quindi del Memorandum d’intesa di Londra (1954), hanno abbandonato la propria terra.
Questa tesi è nata dal desiderio di conoscere e comprendere tale doloroso fenomeno, che ha alterato irreparabilmente le caratteristiche etniche e culturali delle aree interessate: tanto che la comunità italiana dell’Istria, un tempo nettamente prevalente nella costa occidentale e in tutti i grandi centri della regione, è oggi ridotta a una piccola minoranza di circa 30000 persone.
Nel primo capitolo, dopo una sintetica illustrazione della situazione politica, socio-economica ed etnico-culturale della Venezia Giulia nei primi quarant’anni del XX secolo, ci siamo occupati diffusamente della complessa vicenda diplomatica che ha interessato la regione per molti anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e che ha trovato soluzione soltanto col Memorandum d’intesa di Londra del 1954 (poi confermato e riconosciuto anche de jure dall’Italia con il Trattato di Osimo del 1975). Un ampio paragrafo è stato dedicato ai difficili, e spesso conflittuali, rapporti tra la Resistenza italiana e quella slava durante la guerra, e al ruolo decisamente ambiguo ricoperto in quei frangenti dal PCI: che, facendo prevalere le ragioni della solidarietà di classe su quella nazionale, giunse progressivamente ad appoggiare in toto -quanto meno sul piano locale- le rivendicazioni territoriali jugoslave.
Il secondo capitolo tratta della tragedia delle foibe, che abbiamo cercato di rendere nella maniera il più possibile libera dalle polemiche politiche contingenti e dalle contrapposizioni ideologiche che continuano ad ostacolare un’obiettiva ricostruzione dei fatti. A questo scopo, abbiamo illustrato rapidamente le principali interpretazioni storiografiche del fenomeno e formulato ipotesi sulla sua entità (a nostro avviso, tra 500 e 700 vittime nel 1943 e tra 4000 e 6000 nel 1945).
Nel terzo capitolo abbiamo affrontato il problema dell’esodo, o meglio dei vari esodi che, accomunati dalle ragioni di fondo, ma separati sul piano temporale, hanno coinvolto tra il 1943 e il 1956 metà della popolazione giuliana (e, come si è detto, i nove decimi degli italiani). Anche in questo caso abbiamo citato le principali correnti di pensiero sull’argomento, e azzardato delle cifre sul piano quantitativo (riteniamo siano state interessate tra le 250000 e le 300000 persone, di cui almeno 200000 italiani).

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1 CAPITOLO I UNA REGIONE CONTESA I censimenti austriaci del 1900 e del 1910 e quelli italiani del 1921 e del 1936 Il termine “Venezia Giulia” è stato coniato nel 1863 dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli per ricondurre sotto un’ unica denominazione quelle regioni a est del Veneto e del Friuli (Goriziano, Trieste, Istria, Carniola occidentale, parte della Carinzia) comprese nei confini naturali dell’ Italia e abitate da un consistente numero di italiani 1 . Quindi, secondo diversi autori, a rigor di termini non farebbero parte della Venezia Giulia propriamente detta alcuni dei territori ottenuti dall’ Italia dopo la Prima guerra mondiale grazie ai trattati di Rapallo (1920) e di Roma (1924), quali il distretto di Tarvisio (la Val Canale, abitata in gran parte da tedeschi), Fiume e Zara (le due città si trovano al di là dello spartiacque). Ciò nonostante, ai fini del presente studio, per esigenze di sinteticità comprenderemo nel termine “Venezia Giulia” anche i predetti territori. All’ inizio del secolo scorso l’ intera regione si trovava sotto il controllo dell’ Impero d’ Austria (esclusa Fiume che costituiva un Corpus separatum in seno al Regno d’ Ungheria), e il quasi contemporaneo risveglio delle nazionalità che la abitavano (italiani e slavi, divisi a loro volta in sloveni, a nord del fiume Dragogna, e croati, a sud) provocava notevoli contrasti, aggravati dalla politica austriaca del divide et impera che indispettiva entrambi i gruppi etnici, ciascuno accusando il governo imperial-regio di favorire l’ altro. Secondo il censimento austriaco del 1900, che si basava sulla lingua d’ uso degli abitanti, nella regione vivevano 359104 italiani, 401673 slavi e 85205 di altra nazionalità, per un totale di 845982 persone, così divise 2 : 1 E. Apih, Trieste.La storia politica e sociale, Roma-Bari 1988, p. 52. 2 D. De Castro, Il problema di Trieste. Genesi e sviluppi della questione giuliana in relazione agli avvenimenti internazionali (1943-1952), Bologna 1952, pp. 235-237, e Sator (pseud. di P. Battara), La popolazione della Venezia Giulia, Roma 1945, pp. 14, 43, 75 e 79. Queste cifre si riferiscono alle sole regioni che sarebbero passate all’ Italia dopo la Prima guerra mondiale: l’ unica eccezione riguarda il territorio di Fiume, considerato per intero benché una parte di esso sia

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