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Le attività di lobbying nel giornalismo politico-economico: Italia e Usa a confronto

Negli Stati Uniti, le attività di lobbying sono un diritto tutelato dalla Costituzione (1787). Il Primo Emendamento garantisce ai cittadini e ai gruppi organizzati (tra cui, appunto, i gruppi di interesse) la possibilità di far sentire la propria voce all’interno dei lavori del Congresso. La maggiore preoccupazione dei costituenti americani, al momento della stesura del testo fondamentale, è stata dunque quella di porre un freno al potere del Governo, che avrebbe potuto abusare della sua posizione a discapito dei cittadini. La concezione liberale che sottende a questo articolo della Costituzione ha fatto in modo che oltreoceano si sviluppasse un ampio spettro di attività lobbistiche, tutte regolamentate, dunque tutte realizzate alla luce del sole.
Anche in Italia, i gruppi di pressione e di interesse svolgono un ruolo rilevante in politica. Tuttavia, l’assenza di una regolamentazione adeguata in grado di dettarne le norme di condotta ha, probabilmente, causato il dilagare di tali attività, che però vengono svolte per lo più in modo poco trasparente.
L’ingerenza delle lobby si è fatta sentire soprattutto nel mondo giornalistico italiano. Un sistema in cui l’alto livello di parallelismo politico, la presenza del pluralismo esterno e una debole professionalizzazione degli operatori mediali ne hanno decretato la subalternità agli interessi politici, economici e finanziari.
La natura del quotidiano e la logica che li guida ha quindi facilitato l’accrescere di tali torbidi rapporti. Il giornale è sempre stato concepito come strumento politico e culturale riferito agli “addetti ai lavori”, non come un servizio o un prodotto da vendere. Di conseguenza, questa concezione ha avuto delle ripercussioni negative sull’intera redazione: non essendo vista come una azienda, spesso è venuta meno l’ attenzione al personale e alla professionalità. Alimentando, in tal modo, autoreferenzialità, autosufficienza, dimenticando che il primo referente del lavoro giornalistico è il lettore.
Alle riunioni del mattino delle più importanti redazioni siedono i giornalisti ma è una (o più?) mano invisibile a guidare la matita sul menabò. Chi c’è dietro questa mano invisibile?
Una casta - la Casta – è stata già smascherata. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno dato alle stampe un documento esemplare sulla dubbia condotta dei partiti e dei politici italiani. Ma incidere sulle routine produttive del lavoro giornalistico è aspirazioni di molti: sindacati, grandi aziende, enti, associazioni, banche ecc. I poteri forti, insomma.
Gli stessi poteri che ostacolano la messa a punto di una legislazione ad hoc che regoli le attività lobbistiche. L’ultimo disegno di legge, "Disciplina dell'attività di rappresentanza di interessi particolari", è stato presentato dal ministro Santagata nel governo Prodi. Nel citato disegno di legge, che quando è caduto il governo era ancora in discussione al Senato, era previsto: l’istituzione di un registro presso il Cnel , la stesura di un codice di deontologia professionale e la possibilità di mettere in atto delle sanzioni reputazionali o pecunarie. Insomma, l’intento è quello di dare un volto e un nome ai lobbisti anche per facilitarne il loro mestiere. Ma è dura opposizione alla realizzazione di tali progetti. Perché?

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Premessa      A  spezzare  la monotonia  delle  dichiarazioni  polemiche  che  i  politici italiani si lanciano dai posti di villeggiatura sulle pagine  dei  quotidiani,  ci  pensa,  ad  agosto  2008,  il  regista  Nanni  Moretti. Il cineasta sta partecipando alla retrospettiva dei suoi  film che il festival cinematografico di Locarno gli ha dedicato e  intanto accende il dibattito su una realtà in decomposizione: la  coscienza  critica  dei  cittadini  italiani.  “La  cosa  peggiore  nell'Italia odierna è che non esiste più un'opinione pubblica” 1   ma  persone  “assuefatte”  che  reputano  normali  situazioni  anomale.  Come  ad  esempio  che  “una  persona  con  tanto  potere  privato  [Silvio  Berlusconi  n.d.a]  possa  guidare  il  governo.  In  altri  Paesi  democratici  una  cosa  del  genere  sarebbe  impensabile;  non  solo,  sarebbe  impossibile  per  un  solo uomo accumulare una simile concentrazione mediatica”.  Il  riferimento  è  al  premier  e  imprenditore  di  Arcore,  reo ‐  secondo Moretti ‐ di aver  spostato  con  il  controllo delle  sue  televisioni  “il baricentro di un  intero Paese”. Oppure ‐ come  suggerisce  Eugenio  Scalfari ‐ di  aver  contribuito  alla  “desertificazione dell’opinione pubblica”.   Il  fondatore  di  Repubblica  dalle  colonne  del  suo  giornale amplia  il tema lanciato dal regista e prova a spiegare  cosa abbia portato alla condizione attuale: lo smantellamento  di  “ogni  tipo  di  opinione  facendo  rifluire  l’attenzione  dei  1 Nepoti  R.,  “Opposizione  tra  autogol  e  letargo”,  in  La  Repubblica,  14/08/2008. 9

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Federica Vagnozzi Contatta »

Composta da 204 pagine.

 

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