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Persistenze e residui della ''pedagogia nera'' nelle pratiche educative e nei modelli pedagogici contemporanei

Informazioni tesi

  Autore: Silvana Mantovani
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Maria Grazia Riva
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 262

Pedagogia nera è un termine che Alice Miller riprende dal testo Schwarze Pädagogik, il quale raccoglie una serie di scritti di pedagogisti della fine del ‘600 fino a tempi più recenti, nei quali sono descritti metodi di condizionamento precoce del soggetto in generale, in particolare del bambino, volti a non accorgersi di quanto ci stia realmente capitando. Essa con pedagogia nera intende un atteggiamento complesso sostenuto teoricamente da autori pedagogici, e praticato e diffuso in tutti gli strati sociali, specie nei secoli appena trascorsi, ma ancora presente di fatto al fondo di certe concezioni e pratiche attuali. La Miller accosta discorso educativo e psicoanalisi, arrivando a rigettarne completamente le valenze. Essa afferma che ognuno esercita, dal punto di vista educativo, una strategia di potere che, ove il bambino non disponga di una costante persona di riferimento sufficientemente buona, può uccidere la sua anima. E’ a questo punto che intervengono le analisi di Michel Foucault, che aiutano a mettere in luce i meccanismi in atto nelle tecniche di condizionamento e manipolazione proprie della pedagogia nera. Infatti, nonostante Foucault non si sia mai direttamente occupato di educazione o di scuola, vediamo nella sua opera una grande rilevanza pedagogica esplicita e diretta. Diventa necessario vedere per culture o subculture quali sono le tattiche che vengono esercitate. Occorre essere consapevoli che la forma concreta che queste strategie assumono sono le cosiddette tecnologie del potere. Ed è proprio a proposito di questa consapevolezza che Riccardo Massa parla di crisi della pedagogia, dell’educazione e del tramonto dell’educazione, perché siamo arrivati a questo per il fastidio della società contemporanea a prendere atto della realtà di questo esercizio del potere. Attraverso le modalità che utilizziamo per esercitare il potere, noi mettiamo in atto il “dispositivo”, termine introdotto da Foucault e teorizzato per la prima volta in pedagogia da Massa, anche se oggi è usato disinvoltamente in ambito normativo e istituzionale, mentre “dovrebbe evocare il sistema incorporeo delle procedure in atto nell’istituzione scolastica e in qualunque situazione educativa”. Questo studio propone un excursus sulla pedagogia moderna e contemporanea, a partire dalle analisi del potere colte attraverso la suggestione dell’opera foucaultiana e una disamina critico-pedagogica della stessa, fino alle dinamiche dell’abuso educativo, soprattutto psicologico, con riferimento alle pratiche educative in atto nella famiglia contemporanea. Il presente lavoro intende pertanto rintracciare lo sfondo ideologico e culturale che ha presieduto alla declinazione di un’intenzionalità educativa in senso autoritario ed espropriante, mettendo in evidenza come tali caratteristiche continuino a improntare di sé i modelli formativi della società tardocapitalistica. I cinque capitoli di cui si compone la ricerca fanno riferimento a due grandi aree, la cui contiguità è comunque ineludibile: i primi quattro indagano la relazione tra discorso pedagogico e strategie del potere, mentre l’ultimo si propone di illustrare la permanenza di ciò che viene definita “pedagogia nera” all’interno dei modelli educativi odierni, rendendo anche conto dell’ambiguità presente in determinate concezioni psicoanalitiche e concentrando l’attenzione su alcune controversie teoriche significative per quanto riguarda la questione dell’abuso. Si esaminano poi alcune forme possibili di abuso psicologico ed emotivo, sottolineandone la dimensione interattiva transgenerazionale. Resta il rimpianto di non essersi potuti occupare dell’alterità negata del femminile e del suo difficile travaglio verso il pensiero della differenza. Pur facendo nostre le parole di Adriana Cavarero “l’Uomo non solo è mostruoso in quanto astratto nome universale che fagocita l’unicità di ogni essere umano, ma è mostruoso anche per la sua pretesa di includere al contempo le donne, pur nominandosi al maschile. Detto altrimenti, l’Uomo è contemporaneamente l’intera specie umana e uno dei suoi generi. E’ neutro e maschile. E’ tutt’e due, nessuno dei due e uno dei due”, crediamo utile non appesantire i termini del discorso sottolineando con una terminologia sessualmente differenziata una duplicità di genere che presumiamo acquisita. Attraverso la morte di Dio, quella dell’uomo e della famiglia, la crisi della scuola, la fine della pedagogia, il naufragio del Sessantotto e altre sparizioni annunciate, intendiamo collocarci nel solco di coloro che, disponendosi a discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia, attendono che la pedagogia, scrollandosi di dosso il pesante fardello dei condizionamenti sociodominanti, faccia proprie le armi di un’educazione alla resistenza, responsabile, critica sempre e sempre autocritica, dotata di un solido impianto epistemologico e teorico, capace di mantenere viva l’immagine del pensiero utopico e di contrastare l’idea del dominio dell’uomo sull’uomo.

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1 Introduzione “Pedagogia nera” è un termine che Alice Miller, circa vent’anni fa, nel libro La persecuzione del bambino. Le radici della violenza, riprende dal testo Schwarze Pädagogik (Rutschky K., a cura di, 1977), il quale raccoglie una serie di scritti di pedagogisti, per lo più di area germanica, della fine del Seicento fino a tempi più recenti, nei quali sono descritti metodi di condizionamento precoce del soggetto in generale, in particolare del bambino, volti a “…non accorgersi di quanto ci stia realmente capitando…” (Miller, 95, p. 10). “Essa ci parla di “pedagogia nera” intendendo con tale termine un atteggiamento molto complesso e articolato sostenuto teoricamente da autori pedagogici, e praticato e diffuso in tutti gli strati sociali, specie nei secoli appena trascorsi, ma ancora presente di fatto al fondo di certe concezioni e pratiche attuali” (Riva, 93, p. 80). La Miller accosta discorso educativo e psicoanalisi, arrivando a rigettarne completamente le valenze. In sostanza, essa afferma che ognuno esercita, dal punto di vista educativo, una strategia di potere che, ove il bambino non disponga di una costante persona di riferimento “sufficientemente buona”, in senso winnicottiano, può uccidere la sua anima.

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