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Le "Vindiciae contra tyrannos" di Stephanus Junius Brutus e le conseguenze politiche della Riforma

Informazioni tesi

  Autore: Sonia Ciampoli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Gabriella Cotta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 104

Il lavoro si propone di illustrare un momento particolare nella storia di una fondamentale categoria della filosofia politica, prima ancora che desse nome ad un’intera corrente di pensiero, ovvero il contratto sociale. Fulcro del nostro discorso sarà un pamphlet politico francese del 1500, le Vindiciae Contra Tyrannos, di Stephanus Junius Brutus. Il valore dell’opera è nel suo essere rappresentativa dell’intero pensiero ugonotto del secolo e, soprattutto, nella sua elaborazione di una dottrina contrattualista, ancora percorsa profondamente da elementi religiosi, e tuttavia simbolo di un passaggio che vedrà il calvinismo contribuire da protagonista ad una decisiva trasformazione politica.
Nel Primo Capitolo c’interesseremo innanzitutto del periodo medievale, tracciando le linee generali del suo pensiero politico, e quindi tanto delle dottrine “contrattualiste” quanto delle teorie che propongono invece un passaggio graduale dall’individuo alla società (a tale proposito, l’attenzione verrà incentrata principalmente su San Tommaso e l’eredità aristotelica). Subito dopo, citeremo alcune opere e alcuni momenti storici in cui venne adottato il contratto sociale per giustificare l’esistenza di un diritto di resistenza attiva contro il tiranno. E infine affronteremo le implicazioni politiche del pensiero luterano e calvinista, concludendo con una breve sintesi degli avvenimenti francesi durante le guerre civili del 1500.
Il Secondo Capitolo verterà interamente sull’analisi testuale delle Vindiciae Contra Tyrannos. Analisi suddivisa, specularmente al libello, in quattro parti, più un quadro finale riassuntivo.
Nel Terzo Capitolo proporremo una linea interpretativa dei contenuti delle Vindiciae, cercando di attirare l’attenzione in particolar modo sull’idea di popolo di Dio. Si cercherà di evidenziare le differenze fra questo concetto nel pensiero ugonotto e l’equivalente nella tradizione medievale, cristiana-cattolica e israelitica. Infine prenderemo in considerazione alcune conseguenze indirette dell’idea proposta dalle Vindiciae: discuteremo infatti brevemente il modo in cui i puritani interiorizzarono la convinzione di essere il nuovo popolo eletto, il popolo con cui Dio ha stipulato un patto, e gli effetti di questo sull’emigrazione che li portò dall’Inghilterra all’America.
Un capitolo conclusivo esporrà le conclusioni tratte da questo studio.

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3 Capitolo 1 INQUADRAMENTO GENERALE In questo primo capitolo tenteremo di illustrare alcuni elementi utili per delimitare adeguatamente il contesto del fenomeno cui ci siamo interessati: il contratto sociale; l’eredità medievale nella Riforma e, chiaramente, il momento storico in cui le Vindiciae Contra Tyrannos di Stephanus Junius Brutus hanno visto la luce. Sebbene le dottrine più famose sul contratto sociale, quali quelle esposte da Hobbes e da Rousseau, risalgano tutte al 1600, l’idea di un’evoluzione non continuativa dal singolo alla società, e quindi di un momento specifico in cui più individui hanno scelto deliberatamente di organizzarsi in un’associazione che li proteggesse da nemici interni ed esterni è molto più antica, e, nella ricerca delle sue radici si giunge velocemente fino ai sofisti. Ed effettivamente non ci sono grandi interruzioni o balzi temporali per cui in un certo momento l’idea venne abbandonata e solo in seguito recuperata e rinnovata: in realtà l’interpretazione della nascita dello stato e dei legami fra le varie componenti di questo continuò a circolare in maniera più o meno esplicita per tutto il Medioevo, spesso più nella forma pratica e quasi inconsapevole che in quella teorica, per quanto l’età di mezzo, con la teorizzazione del diritto divino dei re, sembri il terreno meno fertile per una tale dottrina. Eppure proprio nel Medioevo, sebbene molto tardo, a cavallo con il Rinascimento, il contratto di governo visse il suo primo momento d’oro: intorno al 1300 e fino agli inizi del ‘500, infatti, diventa protagonista della riflessione politica italiana, – in quel periodo scossa dalle lotte dei comuni – nella quale viene utilizzato per simboleggiare e significare “il deciso rifiuto da parte di rappresentanti dell’aristocrazia e del ceto borghese-popolare, nei quali erano vivi gli ideali dell’etica civile classica di ispirazione repubblicana, di quella concentrazione di potere necessaria per operare il passaggio dagli ordinamenti cittadini al principato e allo Stato Regionale” 1 . La letteratura nata in questo frangente s’interessa perciò di stabilire i giusti rapporti fra i cittadini e il re e, in più casi, sostiene la superiorità, per nascita e valore, del diritto popolare rispetto a quello dei sovrani, interamente dipendente dal primo: di 1 M. D’Addio, “Il Tirannicidio”, p. 547

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Parole chiave

calvinismo
contratto sociale
contrattualismo
filosofia politica
popolo di dio
protestantesimo
puritanesimo
riforma protestante
stephanus junius brutus
tirannicidio
vindiciae contra tyrannos

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