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Il “Commentario de le cose de' Turchi'' di Paolo Giovio

Scopo di questo lavoro è di indagare quale visione del ”Turco” emerga dall’analisi del Commentario di Paolo Giovio, dopo aver ricostruito il complesso contesto storico-culturale in cui l’opera venne scritta. Nel XIV secolo se da un lato la paura persuadeva molti dell’urgente necessità di intraprendere la nuova crociata, dall’altro il ”Turco” suscitava anche una grande curiosità e una varietà di reazioni non sempre ostili. Siamo infatti in un secolo che vide non solo il rinvigorirsi del timore per il pericolo proveniente dall’Oriente, ma anche lo sviluppo di un forte interesse per le civiltà, i costumi, le popolazioni orientali, interesse che pose le basi per la nascita della moderna orientalistica. Dunque l’emergere nel Cinquecento della potenza ottomana nella politica generale fu sì un motivo per la riapertura di più accesi conflitti, ma rappresentò pure una più forte occasione di relazioni e scambi tra Cristianità e Islam. Un avvicinamento culturale che era in stretto rapporto con il processo di autocritica della coscienza europea e cristiana e che finì col produrre il cosiddetto ”mito dei Turchi”. Allora gli europei guardavano all’Impero ottomano con un misto di paura, ammirazione e curiosità, e lo storico sembrava condividere questi sentimenti contrastanti, almeno da quanto emerge dalla lettura del suo Commentario. Qui, infatti, se da una parte Giovio auspicava fortemente la crociata, dall’altra, nel descrivere le imprese dell’Impero ottomano, usava un tono alieno dall’aggressività della precedente letteratura antiturca, lasciando trapelare spesso la sua ammirazione per alcuni aspetti e personaggi della società ottomana. Attraverso l’analisi del Commentario ho dunque potuto valutare se e in quale misura Giovio, pur continuando ad invocare a gran voce la ”santissima impresa” , risentisse del diverso clima di maggiore curiosità che, nel XVI secolo, caratterizzava il rapporto della Cristianità col mondo turco-islamico.

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INTRODUZIONE Dite pure ai cardinali che vogliano credere al Turco, perché presto lo toccheranno con mano. Noi, italiani, francesi, tedeschi, spagnuoli, inglesi, siamo pazzi: gli uni, i luterani, mettono sossopra la Chiesa di Cristo, per godere i beni delle chiese: gli altri, Carlo V e Francesco I, non cesseranno finché vivono dal contendere per Milano-il pomo della discordia: e così non essendoci la pace, la via è aperta agli infedeli, ai Turchi che stanno all’erta, pronti a calare anche in Italia 1 . Queste sono le osservazioni contenute nella lettera scritta dallo storico Paolo Giovio, il 28 ottobre 1543, al cardinale Alessandro Farnese 2 . Considerazioni che ritroviamo spesso negli scritti di Giovio e dalle quali ben emergono gli interessi e le preoccupazioni che lo accompagnarono nel corso della vita. L’umanista comasco va collocato in un contesto storico-culturale molto complesso e in un secolo, il Cinquecento, tra i più travagliati per la storia italiana e che vide, tra gli altri significativi eventi, l’emergere della potenza ottomana nella politica generale. La stessa penisola italiana a partire dal 1480, con l’arrivo dei Turchi ad Otranto, era divenuta uno dei territori più direttamente minacciati dalle aggressioni ottomane e aveva potuto sperimentare la forza delle loro milizie. Ma nel XVI secolo la “fatigata Italia” 3 costituiva anche il triste teatro di scontro di accesi conflitti che avevano come protagoniste la Francia e la Spagna e, come pomo della discordia, il ducato di Milano 4 . Proprio la crisi della “libertà d’Italia” divenne allora, insieme con la forza dell’Impero ottomano, oggetto privilegiato di riflessione e di studio di molti umanisti del primo Cinquecento, e tra questi in particolare Paolo Giovio. 1 Questo passo della lettera viene riportato da F. Chabod in Scritti sul Rinascimento, Torino, Einaudi, 1967, pp. 247- 248. 2 Il cardinale Alessandro Farnese era il nipote del papa Paolo III ed era diventato, dopo la morte di Clemente VII e del cardinale Ippolito de’ Medici, il nuovo protettore di Paolo Giovio. 3 P. Giovio, Commentario de le cose de’ Turchi, a cura di L. Michelacci, Bologna, Clueb, 2005, p. 69. 4 Per un quadro complessivo delle dinamiche e degli equilibri politici italiani nel Quattrocento mi limito a segnalare il volume di I. Lazzarini, Il sistema degli Stati italiani, Roma-Bari, Laterza, 2005. 4

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere

Autore: Silvia Lauretti Contatta »

Composta da 56 pagine.

 

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