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Le class actions: l'esperienza statunitense e le prospettive di adeguamento nell'ordinamento italiano

Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe Andreozzi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze giuridiche
  Relatore: Livia Saporito
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

Le legislazioni moderne, in quasi tutti i paesi industrializzati, hanno visto l’implementazione di norme tese a riequilibrare il rapporto tra produttori e consumatori, attraverso strumenti promozionali e sanzionatori che cercano di colmare il gap economico ed informativo esistente tra le diverse parti contrattuali.
La risposta a questo sostanziale equilibrio, rilevabile nella maggior parte degli ordinamenti giuridici occidentali, è rappresentata dall’introduzione, con “adattamenti” di varia natura, dell’istituto delle class actions di origine statunitense.
Si è osservato come in Italia, una serie di leggi (comuni al resto d’Europa) impediscono di riprodurre una class action “all’americana”, facendo si che ci si debba accontentare di una class action “all’italiana” (o “all’europea”) molto limitata e con tanti problemi.

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INTRODUZIONE Il cinema americano racconta spesso le cause collettive, di solito storie realmente accadute. Se i casi più clamorosi della storia recente riguardano le lobbies del tabacco e della produzione automobilistica, il cinema ha spesso puntato i riflettori sui danni e i lutti provocati dalle industrie chimiche. Ad esempio, Erin Brockovich, il film più famoso su una class action americana. Da una ricerca in archivio, una segretaria, neanche diplomata, di studio legale, scopre che il cromio, sostanza tossica, è presente nell’acqua di una cittadina californiana con una percentuale così alta da essere la causa delle gravissime malattie degli abitanti. Nella regione ha sede una grande società che tratta materiale idrico, convenuta in causa. Dunque in tribunale si fronteggiano Davide contro Golia: un piccolo studio privato, con un avvocato sulla soglia della pensione contro un colosso con fatturato di 30milioni di dollari annui. Finale: 330milioni di dollari per i 260 querelanti vincitori. Così vanno le cose negli Stati Uniti con la class action, spauracchio della grande industria, arma di verità e giustizia per i consumatori, trampolino per avvocati militanti, strumento in grado di mettere in ginocchio colossi del tabacco o dell’automobile. Storie che presto potrebbero svolgersi anche in Italia. Nel nostro Paese l’idea e la necessità di una class action sono molto recenti: nel 2004 alcuni investitori istituzionali hanno cercato di capire come tutelarsi al meglio nella vicenda Parmalat. Viste le dimensioni che il crack ha mostrato sin da subito, lo strumento dell’azione collettiva si è mostrato il più idoneo e nel 2004 è stata depositata la maxi-causa al tribunale di New York. Nel 2005 circa 800, tra azionisti ed obbligazionisti Parmalat, si sono costituiti nel primo processo a Milano del caso. Il progetto di introdurre un meccanismo simile allo strumento processuale delle class actions americane ha suscitato in tempi recenti una rinnovata attenzione del legislatore. Sin dall’inizio il progetto non presentava portata generale ma limitata ad un settore particolare in cui si è avvertita con maggiore forza la necessità di incrementare, anche attraverso l’azione privata, l’applicazione del diritto sostanziale. Questo sistema di partecipazione collettiva troverebbe esclusiva applicazione nell’ambito della responsabilità civile e la riforma processuale 1

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