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Prepotenze/vittimizzazioni in ambito scolare: un'indagine sull'interpretazione infantile

Il presente lavoro prende in esame un argomento che ha un notevole rilievo, dal punto di vista teorico, nella psicologia dello sviluppo: l’aggressività.
Il primo capitolo inizia con un’analisi delle difficoltà di definizione del termine e dell’eziologia del comportamento aggressivo. Si passa quindi all’esame di alcuni degli approcci teorici che si sono occupati di aggressione. Da un lato, la psicoanalisi e l’etologia, considerano l’aggressività come un istinto, presente alla nascita e, perciò inevitabile nella vita dell’uomo. Dall’altro, la psicologia cognitiva, ha sempre più sottolineato come l’aggressività infantile dipenda non soltanto da fenomeni di frustrazione, ma anche da modelli aggressivi che provengono dall’esterno e, che si riflettono direttamente o indirettamente sul bambino. In tale ottica si è dedicata un’attenzione particolare al tema del bullismo, inteso come una particolare forma di aggressività, in cui un bambino o un adolescente, sperimenta, per opera di un compagno prevaricatore, una condizione di profonda sofferenza, di grave svalutazione della propria identità, di crudele emarginazione dal gruppo. Recentemente in Italia sono iniziati studi sistematici volti a valutare l’entità di questo fenomeno nelle nostre scuole e, i primi dati provenienti da campioni toscani e calabresi, sono piuttosto allarmanti; nelle scuole elementari il numero dei bambini che dichiarano di subire prepotenze una o più volte la settimana, oscilla dal 13% al 19%, nella scuola media attorno al 10%-11%. Questi dati sono risultati superiori a quelli rilevati in altri paesi.
Nel secondo capitolo l’attenzione è stata focalizzata sul tema delle emozioni. Sono stati presi in rassegna i principali approcci teorici allo studio delle emozioni. La tradizione dell’evoluzionismo ha sottolineato il significato adattivo dell’espressione delle emozioni, intese come comunicazioni tendenti ad aumentare le probabilità di sopravvivenza individuale. La tradizione psicologica si è in generale occupata delle relazioni tra modificazioni del sistema nervoso autonomo, espressioni facciali e sensazioni soggettive. La psicologia cognitiva, si è concentrata sul ruolo delle conoscenze, delle valutazioni e delle stime cognitive, tutti aspetti cruciali del processo emozionale. E’ presentata poi una panoramica di studi transculturali sul riconoscimento delle emozioni, al fine di confermare l’idea che, alcune espressioni emozionali siano universali e basate sul codice genetico. Si giunge infine alla conclusione che le espressioni facciali sono un tipo di comportamento non verbale, con funzione di comunicare informazioni omettendo di verbalizzarle. In conseguenza di ciò, le emozioni, almeno quelle fondamentali o primarie come gioia, tristezza, sorpresa, paura, sono uno strumento di comunicazione diretto ed efficace, basato su segnali prodotti spontaneamente e immediatamente riconosciuti.
Nel terzo capitolo viene preso in esame il gioco in età scolare, in cui vengono a volte messe in pratica condotte agonistiche, prepotenti o aggressive. In particolare l’attenzione è stata focalizzata su ciò che accade nello spazio di gioco interno ed esterno alla scuola, per comprendere lo sviluppo del comportamento sociale e dei comportamenti aggressivi o quasi aggressivi.
Nel quarto capitolo si presenta la parte sperimentale del lavoro. Lo scopo della ricerca è quello di rilevare la consapevolezza che i bambini hanno dei comportamenti di prepotenza, e di verificare con quali criteri li distinguono dai comportamenti di gioco, nonché se essi sono in grado di riconoscere-attribuire le emozioni ai soggetti protagonisti degli episodi videoregistrati.

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3 CAPITOLO I: L’AGGRESSIVITA’ IN ETA’ EVOLUTIVA I.1. Definizione dell’aggressività. Definire il concetto di aggressività, risulta particolarmente difficile, nonostante il tema dell’aggressività, sia da tempo studiato dalle scienze umane nei suoi molteplici aspetti. L’aggressività è un fenomeno che si manifesta appunto nella specie umana quanto in quella animale. Tuttavia le difficoltà maggiori che s’incontrano quando c’è anche da elaborare una sistemazione chiara e definitiva del termine aggressività, si evidenziano soprattutto quando si esamina la specie umana. Nella specie animale, infatti, l’aggressività è per lo più limitata al comportamento intraspecifico, che è quel comportamento volto a nuocere o ad offendere altri membri della stessa specie. La maggior parte degli psicologi, sono concordi nel definire l’aggressività, come l’insieme di azioni dirette a colpire uno o più individui, tali da infliggere loro sofferenze di natura fisica o morale, a volte fino alla morte (Bandura, 1973; Baron, 1977). La difficoltà di definizione è legata, alla natura stessa dell’aggressività umana, fenomeno che assume valenze e funzioni diverse, dalle più costruttive alle più distruttive. Un motivo di confusione, deriva dal considerare sotto il termine di aggressione comportamenti diversi quali: agonismo, dominanza, assertività. La diversità delle definizioni dipende probabilmente dall’aver considerato

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Daniela Amodeo Contatta »

Composta da 102 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.