Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Il principio di nazionalità in Pasquale Stanislao Mancini

L’idea di nazione è, nell’ Ottocento, particolarmente cara ai popoli non ancora politicamente uniti; non a caso trova assertori entusiasti e continui in Italia.
Il pensiero italiano della prima meta dell’ Ottocento è tutto permeato di nazione e nazionalità; non si può concepire la vita culturale italiana di quel periodo senza pensare, contemporaneamente, a quei principi che irrompono continuamente nel pensiero politico come nell’arte, nel Gioberti e nel Mazzini, nel Balbo, come nel Foscolo, ma anche nel Manzoni e nel Leopardi, pur così meno «politici».
Mancini, nella prima delle sue prelezioni al corso di diritto internazionale dell’ateneo torinese, rappresenta la nazionalità come «ispirazione di canti» e «sospiro dei cuori».
Occorre però, secondo il professore, concretizzare politicamente e giuridicamente questo «generoso desiderio e tormento di eletti spiriti» in «vero scientifico» e «predicato incontrastabile della ragione» .
Il pensiero di Pasquale Stanislao Mancini è dunque parte integrante del risorgimentale italiano. Nella prelezione del 1851 Mancini delinea la teoria della nazionalità, funzionalmente alla costituzione dell’unità statuale.
Il discorso del giurista, però, come si evince meglio dalle successive prelezioni, deve essere letto non solo dentro il contesto risorgimentale italiano ma anche in un quadro più grande, quale quello giusinternazionalistico.
Notevole è infatti il suo contributo all’ interno di quel dibattito volto ad edificare, sulle orme di Savigny, il diritto delle genti come scienza; e la nazionalità è per Mancini il «vero scientifico», il razionale fondamento di questa scienza.
Mancini è dunque anche un personaggio centrale della storia giuridica europea e del diritto internazionale. Ne è una prova la costituzione a Gand dell’Institut de droit international da lui presieduto.
Coscienza, scienza, codificazione sono le parole chiave del progetto perseguito dai giuristi riunitisi per la prima volta a Gand nel 1873. L’obiettivo dell’Institut è quello di costruire, in chiave sistematico-scientifica, il diritto internazionale, fino a giungere ad una sua codificazione, permettendo di articolare una relazione organica tra coscienza popolare e legge.
Sarebbe perciò erroneo declinare solo su un piano ideale o utopistico la teoria manciniana; bisogna al contrario riconoscerla come razionale e scientifica, all’interno di una precisa battaglia politico-giuridica in campo nazionale ed internazionale . E difatti la teoria, che emerge dalle prelazione del ’51 fino a quella del ’74, risiede, da una parte, nell’affermazione del diritto degli italiani alla loro nazionalità e quindi alla loro indipendenza ed autonomia, di cui la coscienza è titolo giuridico, e dall’altra, nella determinazione scientifica di questa nuova formula alla base del diritto delle Genti: armonia e libera coesistenza delle Nazioni nella Umanità «sotto l’impero della legge del Diritto», espressione della coscienza collettiva dei popoli.
Il passaggio dalla nazione allo stato, dal diritto delle genti alla scienza del diritto internazionale non è né semplice né automatico, ma richiede dei filtri. Tra questi, uno dei più importanti, è Pasquale Stanislao Mancini .

Mostra/Nascondi contenuto.
INTRODUZIONE Pasquale Stanislao Mancini nasce a Castel Baronia presso Ariano nel 1817 e muore a Roma nel 1888. Inizia l’insegnamento universitario a Napoli dove esercita l’avvocatura. Membro del parlamento di Napoli (1848), partecipando ai moti rivoluzionari, deve rifugiarsi in Piemonte, che nel frattempo diviene sempre più centro del movimento nazionale. Tra i tanti esuli che si inseriscono nella vita intellettuale e sociale piemontese vi è dunque Mancini, per il quale, all’Università di Torino, viene istituita la prima cattedra di diritto internazionale. Anche grazie al suo contributo, più che una classe strettamente piemontese, si realizza poco alla volta una vera e propria classe dirigente nazionale presso la quale il problema dell’unità non circola più solo come problema di espansione territoriale del Piemonte sabaudo, ma come grande questione morale e civile di tutta la società italiana. Tale questione si inserisce all’interno di quello scenario dell’Europa ottocentesca che conosce ciò che il Settecento ignora: la passione nazionale. La tumultuosa e passionale politica risorgimentale dei moti di libertà e nazionalità subentra infatti al periodo dell’assolutismo 1

Laurea liv.I

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Marco Cazzorla Contatta »

Composta da 52 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 5572 click dal 15/09/2009.

 

Consultata integralmente 5 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.