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La dottrina politica di John Fitzgerald Kennedy: un americano e l'Europa

Allorché nel 1940 il ventitreenne John Fitzgerald Kennedy era laureando alla scuola di governo presso l’università di Harvard, presentò una tesi dal titolo Compromesso a Monaco, poi pubblicata con il nome Why England slept. In quei tempi durissimi della seconda guerra mondiale, sembra che egli avesse idee diametralmente opposte a quelle che poi manifestò nel breve periodo di permanenza alla Casa Bianca.
Sarebbe riduttivo però considerare l’opera un mero strumento propagandistico: essa rappresenta infatti una lucida analisi degli errori della politica britannica nei confronti di Adolf Hitler, considerata come un “grande sonno” che spinse gli inglesi ad abbandonare mezzo mondo libero nelle mani dei nazisti, a non riarmarsi e ad affrontare impreparati la crisi del 1939, e questa analisi costituì lo spunto per una dissertazione più generale sul significato dei termini democrazia e regime totalitario, sui loro punti di forza e debolezza, sul confronto dei loro vantaggi e svantaggi in quegli anni cruciali.
C’è da chiedersi allora come è possibile che il combattivo Kennedy del 1940, che considerava la distensione come continuazione dello spirito di Monaco e come mancanza di fermezza, che annotava con malcelata avversione la frase scritta nel 1932 sulle mura della sede del movimento pacifista Unione di Oxford (QUESTA CASA NON MORIRÀ PER LA PATRIA E PER IL RE) , che concepiva una sorta di democrazia armata a salvaguardia della propria preservazione, divenisse, nel 1960, un presidente pacifista, molto cauto nella sua politica estera, propugnatore convinto della distensione, in una parola fautore di una nuova “strategia di pace” .
Gli studi più critici sulla materia accusano Kennedy di aver semplicemente rinnegato le idee espresse nel 1940, e lo incolpano di avere affrontato i problemi della sua epoca con lo stesso atteggiamento dell’appeasement di Chamberlain e Baldwin.
In particolare, essi hanno visto gli Stati Uniti addormentati fino al punto di tollerare Fidel Castro a Cuba, di accordarsi con l’URSS alle spalle di mezza Europa, stipulando con essa trattati militari e commerciali, di subire senza reagire la comunistizzazione dell’Africa, oltre che di buona parte dell’Asia. Gli stessi critici giungono perfino a valutare la politica estera kennediana del 1960-63 attraverso gli stessi concetti e le stesse argomentazioni del giovane Kennedy, rilevando in questa operazione un’evidente contraddizione.
Un’analisi più approfondita, però, va oltre questo approccio superficiale, e mette ogni termine della questione nella giusta luce. Non dimentichiamo, infatti, che l’opera fu scritta da un Kennedy ancora immaturo, condizionato dagli eventi del tempo (lo spiegamento in atto in tutta Europa della terrificante macchina bellica teutonica), e “dalla forte personalità di F. Roosevelt, che voleva ad ogni costo la sua guerra” , quantunque si possano ritrovare nel libro ragionamenti dettati da una genuina sincerità.
Viceversa, le condizioni del mondo entro cui il Kennedy maturo dovette esprimere le sue decisioni da presidente furono completamente differenti. Egli aveva già conosciuto il lato peggiore della guerra convenzionale, prima nel Pacifico meridionale con il suo equipaggio (come comandante del PT-109, il motosilurante spezzato in due nel 1943 da un cacciatorpediniere giapponese), poi durante il viaggio dell’estate 1945 attraverso le rovine di un’Europa devastata dalla guerra, come corrispondente del gruppo Hearst (le relative annotazioni, sotto forma di appunti di viaggio, furono poi pubblicate con il titolo L’alba della nuova Europa), e si può senz’altro azzardare che in questo contesto le idee bellicose del giovane Kennedy stessero già evolvendosi in un orientamento più ponderato.
Cosa ben diversa era la minaccia di un’ecatombe atomica. Il peso di una guerra nucleare, infatti, “non avrebbe potuto essere calcolato con le stesse unità di misura, né avrebbe potuto costituire una soluzione per le controversie internazionali” , come era stato fino ad allora per le guerre convenzionali.
Non essendo possibile una soluzione totale, egli desiderava semplicemente soffocare la guerra fredda, vederla estinguersi, lasciar agire in modo naturale e pacifico le antiche forze della libertà e della verità.
Ecco allora che si può pienamente interpretare il nuovo significato del pensiero politico del Kennedy maturo rispetto alle acerbe idee espresse nel suo libro, e rappresenta quasi una naturale evoluzione lungo il percorso che lo vide diventare, da anonimo studente neolaureato ad Harvard, presidente della nazione più ricca e potente del mondo.

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ABSTRACT In 1940 John F. Kennedy graduated with his thesis, Appeasement in Munich; this was then published as a book entitled Why England slept?. The ideas expressed in that occasion seem diametrically opposing as regards to the ideas later demonstrated during his short stay at the White House. In spite of the interventionist climate commissioned by F. D. Roosevelt, it would be limiting to consider his work as a mere propagandistic instrument; it represents the errors of British policy in regards to Adolf Hitler, which was considered a “great dream” that pushed the English to abandon half of the free world to the Nazis, not to rearm and thus face the 1939 crisis unprepared and this analysis created the starting point for a more general dissertation of the meaning of the terms democracy and totalitarian regime and their strengths and weaknesses. One should ask how it is possible that the fighting spirit of the 1940 Kennedy, who considered the détente as a lack of firmness and conceived a sort of armed democracy for the safeguard of its own preservation, became, in 1960, a pacifist president who was very prudent in his foreign policy, a convinced supporter of the détente and advocate of a new “peace strategy”. The most critical studies in this matter accuse Kennedy to have simply renounced his ideas expressed in 1940, and blamed him of facing the problems of his era with the same appeasement attitude of Chamberlain and 3

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Giorgio Di Stefano Contatta »

Composta da 135 pagine.

 

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