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Gli studi di settore alla luce dell'evoluzione legislativa, della prassi e della giurisprudenza

Informazioni tesi

  Autore: Raffaele Belluardo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e legislazione per l'impresa
  Relatore: Fabio Marchetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 77

Lo scopo di questa tesi è quello di indagare sul “fenomeno” studi di settore che, negli ultimi anni, è venuto acquisendo un’importanza sempre crescente.

Gli studi di settore costituiscono una metodologia accertativa che si fonda sulla valorizzazione statistica della forza produttiva del contribuente.
Essi esprimono quindi particolari schemi accertativi fondati esclusivamente su impulsi di natura matematico-statistica, finalizzati a tradurre in credibili termini quantitativi (ammontare di ricavi) la forza produttiva dei contribuenti amalgamati in gruppi omogenei (cosiddetti cluster) in relazione alla specifica attività economica esercitata.

La determinazione del reddito e l’accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria hanno da sempre costituito l’oggetto di un costante dibattito, non solo all’interno del mondo accademico, ma anche di quello politico e amministrativo.
Gli studi di settore portano a compimento il processo diretto all’introduzione di metodi di accertamento della capacità contributiva “indiretti”, iniziato con l’introduzione dei “coefficienti presuntivi”, di cui al D.L. 2 marzo 1989, n. 69, e proseguito con la cosiddetta minimum tax ex art. 11-bis del D.L. 19 settembre 1992, n. 384 e dei “parametri” ex art. 3, commi 181-189, della L. 28 dicembre 1995, n. 549.

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4 CAPITOLO I VERSO GLI STUDI DI SETTORE: L’EVOLUZIONE DEGLI STRUMENTI DI ACCERTAMENTO INDUTTIVO DEL REDDITO 1. Il dilemma reddito effettivo-reddito normale, e il riferimento alla Riforma del Cosciani La determinazione del reddito e l’accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria hanno da sempre costituito l’oggetto di un costante dibattito, non solo all’interno del mondo accademico, ma anche di quello politico e amministrativo. Fin dalla riforma del 1973 il sistema tributario italiano è sempre stato in bilico tra l’applicazione di metodi di determinazione del reddito d’impresa e di lavoro autonomo che rispettassero precise regole contabili e metodi basati su criteri empirici di natura presuntiva. Il legislatore1 della Riforma tributaria 1971-1973 pone a presupposto dell’imposizione il concetto di reddito effettivo: la base imponibile non deve pertanto essere costituita dal reddito che il contribuente o una categoria di contribuenti potrebbero mediamente realizzare, ma dall’ammontare di reddito effettivamente percepito dal soggetto passivo ottenibile dalla differenza tra i ricavi conseguiti e le spese sostenute. A tal riguardo si evidenzia l’intento del legislatore di creare da un lato le condizioni affinché i redditi vengano calcolati attraverso principi (di competenza e di analiticità) che ne consentano l’esatta individuazione, dall’altro di procedere ad una maggiore diffusione dell’obbligo di tenuta della contabilità ritenuta supporto indispensabile per un’imposizione conforme alla realtà economica dei soggetti passivi. Analogamente, per quanto concerne l’accertamento, si prevede che esso debba essere informato al principio dell’analiticità, prevedendo in sostanza il contemperamento dei poteri amministrativi con il rispetto della contabilità tenuta dal contribuente. Poiché la determinazione del reddito sulla base di una contabilità correttamente tenuta dovrebbe portare a risultati più aderenti alla realtà, l’Amministrazione 1 DPR 29 settembre 1973 n. 600.

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cosciani
d.l. 223/2006
d.l. 69/89
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