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La variazione sociolinguistica: analisi degli usi linguistici a San Prospero (Modena)

Informazioni tesi

  Autore: Alice Cavallini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Augusto Carli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 90

In Italia, accanto alla lingua italiana che si ritiene comune a tutti, si parlano sia altre lingue sia dialetti, differenti da zona a zona; questa situazione è il risultato di importanti processi storici e culturali.
Da molto tempo i dialettologi si sono posti il problema di classificare le varie aree dialettali; per quanto la classificazione non vada intesa in senso assoluto, si possono distinguere in Italia tre aree con caratteristiche linguistiche diverse, la Settentrionale, la Centrale e la Meridionale. Ai fini di questo lavoro sono state esaminate solamente le caratteristiche dei dialetti Settentrionali (al di sopra della linea La Spezia-Rimini) con particolare riguardo ai dialetti emiliani.
Qualsiasi sistema linguistico è caratterizzato da variazione sociolinguistica; le varietà di una lingua si distinguono, in sincronia, lungo cinque fondamentali dimensioni di variazione: la dimensione diacronica (qualsiasi lingua varia nel tempo), la variazione diatopica (relativa allo spazio geografico), la variazione diastratica (determinata dalla stratificazione sociale), la variazione diafasica (determinata dalla situazione comunicativa, dall’argomento della comunicazione e dai rapporti fra gli interlocutori), la variazione diamesica (relativa al canale della comunicazione: lo scritto, il parlato). Secondo lo schema “l’architettura dell’italiano” di Berruto (1987 p.19) ogni varietà si dispone su un “continuum”che ha ai suoi estremi due varietà ben distinte e fra queste una serie di varietà in cui ciascuna sfuma nell’altra; al centro, che non corrisponde al centro geometrico, sono raccolti i fatti tendenzialmente standardizzati. Fattori sociali, come l’età, il genere, la stratificazione sociale e il livello di istruzione sono altrettanto rilevanti per la differenziazione linguistica.
Nella situazione linguistica italiana il parlante possiede spesso un repertorio bilingue (italiano e dialetto), pertanto si possono verificare diverse tipologie di realizzazioni comunicative.
Questo lavoro si propone di individuare il repertorio linguistico utilizzato dagli abitanti di San Prospero (Modena) per comprendere in quale misura sia ancora vitale il dialetto in riferimento agli effettivi contesti d’utilizzo. Per il rilevamento dei dati si è utilizzato un questionario e in seguito sono state condotte delle conversazioni per verificare la veridicità dei dati ottenuti. È emerso che un importante fattore di diversificazione è il genere: le femmine utilizzano maggiormente l’italiano. I dati variano molto sulla base del contesto d’uso (in famiglia vi è un uso maggiore di dialetto ma assolutamente non esclusivo). Sulla base delle conversazioni fatte, si è verificata una grossa discrepanza con i risultati dei questionari; le differenze maggiori riguardano la generazione giovanile, che durante le interviste (pur avendo dichiarato di parlare il dialetto nei questionari) ha utilizzato esclusivamente l’italiano. Da quanto emerge, con la scomparsa dei parlanti primariamente dialettofoni, probabilmente si assisterà ad una lenta scomparsa del dialetto locale.

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1 CAPITOLO I: ELEMENTI DI DIALETTOLOGIA ITALIANA 1.0 Introduzione storico-linguistica In Italia, diversamente da quel che accade in altri paesi europei, accanto alla lingua italiana che si ritiene comune a tutti, si parlano sia altre lingue sia dialetti, più o meno affini all’italiano e tra loro, ma diversi da zona a zona (De Mauro, Lodi 1993). Pertanto, se si vuole comprendere la situazione linguistica si deve risalire molto indietro nel tempo. Non si sa molto del popolamento dell’Italia prima dell’espansione romana e delle lingue parlate dalle popolazioni preesistenti, ma è certo che tanto la penisola quanto le isole maggiori furono occupate da popolazioni appartenenti a gruppi etnici e linguistici in parte tra loro imparentati e in parte del tutto diversi (De Mauro 1978). Nel momento in cui tutte queste popolazioni così diverse vennero a contatto con la lingua di Roma (a partire dal IV secolo a.C. ebbe inizio la conquista romana della penisola) e furono indotte ad apprenderla, lo fecero secondo modalità anche molto diverse, a seconda delle proprie caratteristiche linguistiche di partenza (Grassi, Sobrero, Telmon 2003). Le varietà del latino che si vennero così a creare nei diversi territori dell’Italia antica si sono denominate “latino volgare” e sono all’origine dei nostri dialetti. A partire dal Medio Evo l’Italia fu divisa in molti stati diversi e questo fattore consolidò le divergenze tra la lingue; per esempio la Repubblica di Venezia divise con i suoi confini l’Italia gallica da quella venetica, continuando così la tradizione di diversità linguistica tra venetico antico e gallico nella Pianura Padana restante. Alla fine del XIII secolo, nella penisola italiana, divisa in comuni e stati diversi, si parlavano moltissimi dialetti e il latino si utilizzava prevalentemente nella scrittura. Agli inizi del 1300, Dante compose un’opera nel suo dialetto nativo, intitolata la “Divina Commedia” che riuscì a diffondersi da un capo all’altro dell’Italia e il fiorentino cominciò ad avere una buona notorietà. Dopo Dante, il fiorentino ebbe la fortuna di essere usato anche da Giovanni Boccaccio e da Francesco Petrarca, rispettivamente autori del Decamerone e del Canzoniere; anche queste due opere, per il contenuto e i pregi artistici, ebbero una larga diffusione. Il fiorentino e, in genere, i dialetti toscani, oltre all’enorme successo

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