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L'insostenibile leggerezza di Peter Pan. Estetica decadente di un Puer Aeternus

Corso di Laurea in Lingue, Culture e Letterature Moderne Europee
Elaborato di laurea in Letteratura Comparata
L’insostenibile leggerezza di Peter Pan. Estetica decadente di un Puer Aeternus
Relatore: prof. Francesco de Cristofaro
Candidata: Mirta Cimmino

Questo lavoro si propone di suggerire una particolare chiave interpretativa dell’affascinante figura di Peter Pan. Protagonista di una favola pienamente figlia del Decadentismo, il puer di Barrie, che potrebbe considerarsi fratello dei fanciulli di Pascoli e Nietzsche, grazie alla sua eterna giovinezza incarna i sogni sempre frustrati di tutti i dandy e decadenti suoi contemporanei, letterari e in carne ed ossa, realizzando con successo l’ideale di esteta che in tutti gli altri era puntualmente fallito. Eterno ed eternamente fanciullo, vede spalancarsi davanti a sé infinite potenzialità, anche in virtù di un provvidenziale oblio che gli permette di reinventarsi continuamente: egli è dunque sempre nuovo, e cambiando senza sosta riesce a conservare quell’indefinitezza e quella duttilità grazie alle quali può improvvisare qualsiasi ruolo; basta crederci e il gioco è fatto, e Peter riesce ad essere tutto ciò che vuole, come il suo stesso nome preannuncia. Sembrerebbe dunque che Peter abbia qualcosa in più rispetto agli altri esteti, qualcosa che gli permette di continuare il suo volo senza mai precipitare. A prima vista nulla appare più scontato: egli possiede l’eterna giovinezza cui gli altri anelano invano. Ma perché egli può goderne? Qual è il vero motivo per cui Peter non cresce? E’ Barrie stesso a darci la risposta: l’oblio. L’oblio consente a Peter di dimenticare, tra le altre cose, la prima slealtà, quella che secondo Hillman precipita l’uomo dall’Eden della fiducia originale sulla disillusa terra. Ecco così che s’innesta un paradossale circolo di causa e effetto: Peter è eterno perché dimentica, dimentica perché è eterno, e il continuo volare da un’avventura all’altra gli impedisce di sedimentare l’esperienza e di costruirsi una personalità definita. Questo fa di lui un Puer Aeternus, secondo la definizione di Hillman; definizione certo ben posteriore, ma che ci permette di individuare nel “paziente” Peter sintomi comuni a tutta un’epoca e che persistono tutt’oggi. A partire dal Decadentismo, infatti, l’equilibrio tra le polarità puer e senex della personalità si è spezzato, generando il solo-puer e il solo-senex, forme altrettanto patologiche in quanto parziali, rigide, “menomate” l’una dell’altra; entrambe risultano avulse dalla realtà poiché non riescono a percepirne l’ambivalenza e la contraddittorietà. All’interno dell’opera di Barrie c’è un palese binomio puer-senex: quello formato da Peter e dal suo acerrimo nemico Uncino. Ciò che al puer manca è la Psiche, il momento di rielaborazione e presa di coscienza della sua esperienza; se solo si fermasse un attimo a riflettere, Peter potrebbe essere finalmente una persona a tutto tondo oltre le sue mille maschere. Ma anche questo significherebbe limitare il campo, e che sia per paura o per spensieratezza, egli persiste nella sua non-scelta, ritrovandosi così protagonista di un altro paradosso: per continuare ad essere infinito deve restare immobile, non essere mai niente se non in superficie; è così che Peter Tutto cede il passo a Peter Nulla. Il suo autore non manca di sottolineare in più occasioni la sua inconsistenza: Peter è leggerissimo, invisibile ai più, non ha bisogno di nutrirsi, è intoccabile e con tutta probabilità immortale… non ci sarebbe da stupirsi se in certi momenti dubitasse egli stesso della propria esistenza. Il suo dramma è, come quello della Sabine di Kundera, quello dell’ Insostenibile leggerezza dell’essere: vittime di un comune delirio di autosufficienza, entrambi si ritrovano circondati da un abisso privo di punti di riferimento; che si tratti dell’amore, delle relazioni in generale o dell’ideologia, ostinandosi da bravi esteti nella loro non-scelta conquistano a caro prezzo una pretesa libertà che in realtà non fa che incatenarli al vuoto. Ma se Sabine è abbastanza cresciuta per rendersene conto, Peter, “spensierato, innocente e senza cuore” come tutti i bambini, non ne è in grado. Questo però non basta ad impedire a quel vuoto di tormentarlo, nel suo inconscio, tanto più che, come Kierkegaard insegna, ogni esteta è disperato, che lo sappia oppure no. Ci sarà un momento, tuttavia, nell’opera di Barrie, in cui Peter, per quanto costretto dalle circostanze, finalmente sceglierà, e paradossalmente il suo affermarsi sarà un mettersi da parte; e mai come in quel momento in cui sacrificherà se stesso per gli altri ci sembrerà più reale.

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1 Premessa « Et quel point de contact pouvait-il exister entre lui et cette classe bourgeoise qui avait peu à peu monté, profitant de tous les désastres pour s'enrichir, suscitant toutes les catastrophes pour imposer le respect de ses attentats et de ses vols ? Après l'aristocratie de la naissance, c'était maintenant l'aristocratie de l'argent ; c'était le califat des comptoirs, le despotisme de la rue du Sentier, la tyrannie du commerce aux idées vénales et étroites, aux instincts vaniteux et fourbes. (…) Le résultat de son avènement avait été l' écrasement de toute intelligence, la négation de toute probité, la mort de tout art, et, en effet, les artistes avilis s' étaient agenouillés, et ils mangeaient, ardemment, de baisers les pieds fétides des hauts maquignons et des bas satrapes dont les aumônes les faisaient vivre! » 1 Così Huysmans, sul finire di “A rebours” descrive la società a lui contemporanea, stravolta dal rampante capitalismo. Dio è morto, come annunciato da Nietzsche, sostituito dal capitale, il denaro che è unità di misura del valore di ogni cosa. Ma anche il positivismo è al suo declino; davanti a sempre più urgenti interrogativi sociali ed esistenziali la fede nella ragione e nel progresso vacillano. 1 J. Huysmans, A rebours, Gallimard 1977, pp.346-347. Controcorrente, Garzanti, trad. it di Camillo Sbarbaro. “E che cosa d’altronde poteva poi esserci di comune tra lui e quella borghesia che s’era fatta a poco a poco, profittando per arricchirsi di tutti i disastri, suscitando catastrofi pur d’imporre il rispetto dei suoi misfatti e delle sue ruberie? Dopo quell’aristocrazia del sangue era oggi la volta dell’aristocrazia del danaro. Oggi su tutto imperava la Bottega, trionfava il dispotismo di rue du Sentier, spadroneggiava il mercante, il vanitoso e truffatore per istinto, limitato e venale di animo.(…) Conseguenza della sua salita al potere, era stata la mortificazione d’ogni intelligenza, la fine di ogni probità, la morte d’ogni arte. Gli artisti umiliati, s’eran buttati ginocchioni a divorar di baci i fetidi piedi dei grandi sensali e dei vili satrapi, delle cui elemosine campavano.” pp.219-220

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Mirta Cimmino Contatta »

Composta da 52 pagine.

 

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