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Aspetti storici, culturali e psicopatologici del suicidio in Giappone

Esiste un'unica massima che è in grado di riassumere, secondo Ruth Benedict, tutto l'universo dei valori di un Giapponese, e questa massima è: "ognuno al suo posto!". Due sono le evidenti caratteristiche di una tale filosofia: la prima è il credere fortemente in un assetto gerarchico, la seconda la particolare rigidità di tale assetto. Fino ai tempi della restaurazione Meiji si sarebbe potuto parlare addirittura dell'esistenza di caste in Giappone, dato che esso costituiva uno dei regimi più strettamente feudali del mondo; ma anche nel dopo guerra nel Giappone moderno e industrializzato esistono precetti morali che limitano qualunque forma di libertà.
Questi precetti morali, chiamati on e gimu sono il cemento che ha tenuto assieme il paese in tutti questi secoli. Esiste, ad esempio, una inderogabile devozione che lega madre a figlio, figlio a fratello maggiore, figlio a padre; la stessa devozione lega discepolo a maestro e subalterno a superiore e, secondo la filosofia nipponica della politica e della storia degli anni della seconda Guerra Mondiale, dovrebbe legare ogni altro paese al Grande Giappone.
Il Giappone è sempre stato definito dagli occidentali il popolo della contraddizione in quanto, in apparenza, era impossibile capire realmente come i giapponesi agissero e reagissero di fronte alle sfide quotidiane. Di loro, infatti, dove si diceva fossero leali, si aggiungeva che talvolta erano traditori; dove si diceva fossero conservatori, andava aggiunto che erano capaci di bruschi cambiamenti di valori. Queste incoerenze, che si estendevano dall'etica, all'estetica e alla stessa politica hanno reso difficile la comprensione di questo popolo da parte del mondo occidentale.
Negli ultimi anni il Giappone è ritornato alla ribalta delle cronache non solo per la neonata passione dell’Occidente verso l’arte, la filosofia, il cibo e tutto ciò che è prettamente orientale ma anche per due fenomeni che lentamente si stanno diffondendo nei paesi occidentali anche se con sfumature diverse: l’Hikikomori e il Web-suicide.
Questi due fenomeni sociali esprimo un malessere sempre più crescente tra i giovani giapponesi che si manifesta in questi due atti estremi, il primo, l’Hikikomori porta i giovani a ritirarsi nelle loro stanze senza più contatti con il mondo esterno per diverso tempo se non attraverso il cyberspazio e il secondo a cercare all’interno della Rete persone che, come loro, stanno soffrendo e che vedono come unica via di uscita, al loro malessere costante, la morte. Coloro che soffrono di Hikikomori rimangono spesso nell’ombra in quanto esso si pone in essere tra le pareti domestiche, nell’intimità della propria abitazione e proprio per questa sua peculiarità è diventato un fenomeno difficile da individuare per poterlo fermare e arginare; chi decide, invece, di suicidarsi esce, in un certo senso, dall’anonimato della propria casa per entrare dentro siti web specializzati per aspiranti suicidi, per porre fine al proprio disagio. In questo specifico caso con delle misure appropriate si potrebbe arginare, almeno in parte, il dilagare di questo fenomeno.
Il Giappone ha cominciato a fare i conti con i suicidi di gruppo tramite internet l’11 febbraio del 2003, quando due ragazzi e una ragazza si lasciarono asfissiare in una automobile nella prefettura di Saitama dove più di altre si avverte la mancanza di relazioni sociali. Da allora hanno cominciato a proliferare i siti per aspiranti suicidi.
Il 12 ottobre 2004 sempre a Saitama sette giovani poco più che ventenni si tolgono la vita secondo un macabro rituale sempre più in voga nell’universo di internet. Sul quotidiano Asahi Shinbum il 13 ottobre 2004 viene pubblicato il testo di una e-mail invita da un 21enne ad un suo amico nel quale annunciava la sua morte: “Sono in macchina con altri giovani e sto per suicidarmi”.
In questa tesi cercherò di analizzare le possibili cause e ragioni culturali che sono alla base della pratica del suicidio che vanta una tradizione centenaria, spesso idolatrata nella cultura giapponese in cui il rito del suicidio (seppuku o harakiri) era ed è ancora considerato una onorevole forma di morte per espiare le proprie colpe e non disonorare la propria famiglia di appartenenza.

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1 INTRODUZIONE Esiste un'unica massima che è in grado di riassumere, secondo Ruth Benedict 1 , tutto l'universo dei valori di un Giapponese, e questa massima è: "ognuno al suo posto!". Due sono le evidenti caratteristiche di una tale filosofia: la prima è il credere fortemente in un assetto gerarchico, la seconda la particolare rigidità di tale assetto. Fino ai tempi della restaurazione Meiji 2 si sarebbe potuto parlare addirittura dell'esistenza di caste in Giappone, dato che esso costituiva uno dei regimi più strettamente feudali del mondo; ma anche nel dopo guerra nel Giappone moderno e industrializzato esistono precetti morali che limitano qualunque forma di libertà. Questi precetti morali, chiamati on e gimu sono il cemento che ha tenuto assieme il paese in tutti questi secoli. Esiste, ad esempio, una inderogabile devozione che lega madre a figlio, figlio a fratello maggiore, figlio a padre; la stessa devozione lega discepolo a maestro e subalterno a superiore e, secondo la filosofia nipponica della politica e della storia degli anni della seconda Guerra Mondiale, dovrebbe legare ogni altro paese al Grande Giappone. Il Giappone è sempre stato definito dagli occidentali il popolo della contraddizione in quanto, in apparenza, era impossibile capire realmente come i giapponesi agissero e 1 Ruth Benedict documentò nel primo studio transculturale, commissionato dagli USA nel 1944, gli usi e i costumi del popolo del Sol Levante, nel libro “Il Crisantemo e la Spada” 2 Restaurazione Meiji: Nel 1868, al grido di Sonno joi, il Giappone pose fine all'età degli Shogun (effettivi capi di stato fin dall'undicesimo secolo). Ma quale Giappone? Tracciamo una mappa della situazione del paese al tempo degli ultimi Shogun: il potere centrale agiva direttamente sui Daimyo, cioè i feudatari, che con l'aiuto di alcuni fra i più colti Samurai amministravano i loro feudi avendo diritto al 40% del riso prodotto. Era la corte imperiale a pagare i vitalizi ai Samurai, e tutto il peso sociale di questa classe ormai in gran parte parassitaria ricadeva sui contadini, che non godevano d'alcuna tutela civile ed erano soggetti a qualunque atto di giustizia sommaria da parte dei Samurai. Le ragioni della rivoluzione ebbero tuttavia ben poco a che fare con questa situazione. Le realtà privilegiate, insieme ai mercanti, furono gli artefici della restaurazione, e i motivi furono legati al senso della tradizione e alla paura di una svolta riformatrice. A processo concluso però, Samurai e Daimyo si accorsero d'aver fatto male i conti. L'imperatore Meiji tolse loro i vitalizi e il diritto a riscuotere le tasse, proponendo come risarcimento la consegna di capitali a fondo perduto, con i quali essi si sarebbero inseriti nell'industria o nel commercio, abbandonando le abitudini parassitarie. I più felici furono i contadini, che videro ridotte le tasse all'altezza del 1876. Nel 1877 vi fu un tentativo di rivolta aristocratica da parte del samurai Saigo. Cito l'episodio perché l'imperatore arruolò in quell'occasione un esercito di gente comune, e furono questi ultimi a trionfare sui Samurai. Nel 1889 , al ritorno dell'ambasciatore Ito dall' Europa, venne quindi compilata la costituzione: essa prevedeva una dieta bicamerale dal solo potere consultivo, dove tra le due camere (entrambe impotenti) vigeva una gerarchia che le voleva una sottomessa all'altra (la meno importante era elettiva), ed entrambe sottomesse alle loro eccellenze, i ministri dell'imperatore.

Tesi di Master

Autore: Vanessa Magri Contatta »

Composta da 46 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.