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Produttività nella città della Disfida tra XIX e XX secolo. Barletta tra storia e archeologia industriale.

Informazioni tesi

  Autore: Bart Filannino
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Lecce
  Facoltà: Beni culturali
  Corso: Beni Culturali
  Relatore: Antonio Monte
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 224

Uno dei momenti più evidenti della natura umana è certamente rappresentato dalla civiltà industriale, quella stessa che noi ancora viviamo nei suoi sviluppi più recenti della — robotica e dell'informatica —. Per una sorta di metabolismo insito nell'accelerazione e nello sviluppo esponenziale del processo produttivo, la rivoluzione industriale — per usare una definizione a tutti nota — molto spesso abbandona gli strumenti, le strutture e gli ambienti che via via si rendono obsoleti, disperdendo in tal modo anche le testimonianze delle sue origini e della sua storia. —Non è affatto inverosimile l'ipotesi che fra pochi anni i resti del recente passato produttivo saranno più rari delle testimonianze di epoche remote —.
Questa previsione formulata a proposito dell'Inghilterra, che possiamo definire il paese dell'avanguardia delle problematiche dell'archeologia industriale, si dimostra tanto più drammatica se rapportata alla situazione Italiana, dove l'interesse per i resti del passato, troppo tempo legato ad una lettura idealistica della storia, ha discriminato un patrimonio di “primo grado”, degno di salvaguardia, ed un patrimonio, non considerato realmente tale, lasciato ai naturali processi di degrado, se non eliminato dal territorio stesso, via via che venissero meno le funzioni produttive cui esso era chiamato in origine.
Preziose testimonianze del recente passato industriale segni tangibili di profondi mutamenti sul territorio, strutture, spazi e forme, rischiano, non solo di essere dimenticati, ma di uscire per sempre dalla nostra memoria.
D'altronde, a causa del ritardo con cui la rivoluzione industriale si è sviluppata in Italia rispetto agli altri paesi d'Europa, gli oggetti lasciati dall'industrializzazione sul territorio mostrano i caratteri propri del “monumento” ma appaiono per lo più contenitori abbandonati, privi di funzioni artistiche, storiche, economiche, sostanzialmente inutili e come tali non necessitanti di alcun tipo di intervento. A tale proposito si deve ricordare che tali manufatti non presentano quelle caratteristiche di estetismo che connotano l'opera d'arte e che, d'altra parte, la maggioranza del pubblico richiede. Il monumento industriale, in tale direzione, ha certamente poco da offrire, poiché esso nasce come risposta concreta e funzionale ad esigenze produttive ed economiche, con poco spazio quindi per elementi sovrastrutturali o di rappresentanza.
L'archeologia industriale, disciplina giovane, è nata nell'Inghilterra negli anni '50, anni in cui, nel disegnare il piano di rinnovamento dell'industria, si rimeditava sul vecchio modello, frutto della rivoluzione industriale, che profondamente aveva segnato il passaggio urbano e rurale, e ci si interrogava sul che fare di un patrimonio importante di edifici destinati, sembrava, ad un inevitabile distruzione. Negli anni '70 la materia “sbarcò” nel continente. In Italia catalizzatori dell'interesse per l'archeologia industriale possono essere considerati la vicenda del mattatoio di Roma (Testaccio) e l'arrivo della mostra fotografica curata dal British Council “I Resti di una Rivoluzione”*, entrambi gli avvenimenti risalenti agli anni 1977-78. Momento di riflessione e confronto delle condizioni italiane e straniere fu il Convegno Internazionale* tenutosi a Milano nel settembre del 1977. Il significato dell'Archeologia Industriale veniva ben definito da Aldo Castellano. Egli indicava come obbiettivo la valutazione dell'edificio industriale nel contesto della storia sociale e tecnologica evitando il rischio di ridurre la disciplina ad un momento della storia della tecnologia, o di limitarne la lettura ad alcuni suoi aspetti particolari. La natura dell'edificio industriale poteva essere definita solo attraverso la complessità delle sue relazioni interne ed esterne, difficilmente separabili in campi disciplinari senza dissolvere l'unità del fenomeno e la sua reale storicità. Di qui la necessità di giungere alla definizione di una nuova disciplina contraddistinta da un forte approccio antropico. Il congresso di Milano poneva, inoltre, il tema delle politiche di intervento sui manufatti industriali. Per quanto riguarda la politica di utilizzazione ci si indirizzava in una linea di conservazione a fini museali o per la creazione di servizi collettivi.

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5 Introduzione Tutela delle cose di interesse artistico e storico Le norme fondamentali della tutela dei beni di interesse storico e artistico sono contenute nella legge n. 1089 del 1 giugno 1939. questa è stata applicata anche nel caso dell'ex Distilleria di Barletta. Il quadro normativo definito da questa legge indica come degne di essere tutelate: le cose di interesse storico, artistico, archeologico, etnografico; le ville, i parchi e i giardini di interesse storico e artistico; gli immobili che, a causa del loro riferimento alla storia politica, militare, letteraria, artistica e culturale in genere, risultino di particolare interesse. Quando vengono sottoposti a tutela edifici appartenenti allo Stato, essi passano dal patrimonio al demanio e diventano inalienabili; l'atto con il quale viene riconosciuto il loro interesse é la declaratoria ministeriale. Gli immobili di proprietà privata, invece, possono essere “vincolati” solo con un Decreto del Ministero dei Beni Culturali, che viene notificato ai proprietari o detentori a qualsiasi titolo, é trascritto nei registri immobiliari; l'efficacia di questo provvedimento riguarda pure i proprietari, i possessori o detentori successivi. La tutele degli immobili può riguardare anche le aree circostanti gli edifici, qualora il Ministro dei Beni Culturali lo ritenga necessario al fine di garantire l'integrità delle costruzioni e per evitare che ne sia “danneggiata la prospettiva o la luce o ne siano alterate le condizioni di ambiente e decoro. L'esercizio di tale facoltà - viene precisato nella legge - é indipendente dall'applicazione dei regolamenti edilizi o dalla esecuzione di piani regolatori.” (art. 21) Demolizioni, rimozioni, restauri, delle cose tutelate e asportazioni di loro elementi non possono essere eseguiti senza autorizzazione(art. 11,12e13). IL Ministero o le Soprintendenze competenti, in tal senso possono ordinare la sospensione di interventi o lavori non autorizzati. Queste stesse autorità hanno facoltà di imporre l'esecuzione delle opere necessarie ad assicurare la conservazione ed impedire il deterioramento dei beni tutelati, o di eseguire direttamente, esigendo poi il rimborso della cifra spesa(art. 14 e17). In caso di vendita dei beni tutelati, lo Stato può effettuare il diritto di prelazione; il proprietario di tali beni ha perciò l'obbligo inderogabile di denunciare al Ministero ogni atto tendente alla loro alienazione(art 30). La legge 1089/1939 prevede anche la facoltà per il Ministro dei Beni Culturali di espropriare le cose mobili o immobili sottoposte a tutela, al fine - tra l'altro – di garantire la conservazione, il risultato, accrescerne il decoro o il godimento da parte del pubblico, qualora queste stesse cose vengano riconosciute di pubblica utilità (art. 54,55,57). Uno dei momenti più evidenti della natura umana è certamente rappresentato dalla civiltà industriale, quella stessa che noi ancora viviamo nei suoi sviluppi più recenti della — robotica e dell'informatica —. Per una sorta di metabolismo insito nell'accelerazione e nello sviluppo esponenziale del processo produttivo, la rivoluzione industriale — per usare una definizione a tutti nota — molto spesso abbandona gli strumenti, le strutture e gli ambienti che via via si rendono obsoleti, disperdendo in tal modo anche le testimonianze delle sue origini e della sua storia. —Non è affatto inverosimile l'ipotesi che fra pochi anni i resti del recente passato produttivo saranno più rari delle testimonianze di epoche remote —.

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