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Dollaro: analisi di un deprezzamento inevitabile

Informazioni tesi

  Autore: Luca Di Bernardo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia delle imprese e dei mercati
  Relatore: Marco Pagano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

Negli ultimi anni, nonostante la crescita statunitense sia stata costantemente più elevata di quella giapponese ed europea, questa leadership mondiale sembra essere sempre più messa in discussione. Le ragioni sono due: l’impetuosa crescita delle economie asiatiche (con in testa Cina e India) e la crisi del dollaro.
Andremo a concentrare la nostra attenzione sulla relazione tra l’enorme deficit delle partite correnti statunitensi e la quotazione del dollaro.
Come è noto, per saldo delle partite correnti si intende il cosiddetto saldo delle transazioni “sopra la linea” della bilancia dei pagamenti. Questo saldo è dato dalla somma di tre voci:

1) il saldo della bilancia commerciale,
2) il reddito netto da investimenti,
3) i trasferimenti netti ricevuti.

Il saldo delle partite correnti trova contropartita nel saldo del conto capitale che misura l’afflusso netto di capitali all’interno di un paese. Essendo ormai da molti anni negativo il saldo del conto corrente, vi è stato, quindi, un massiccio afflusso di capitali negli USA, testimoniato da una posizione debitoria netta verso il resto del mondo superiore al 25% del PIL e ciò, ovviamente, comporta un flusso crescente di capitali per il pagamento di interessi e dividendi.
Questi persistenti e crescenti saldi negativi del conto corrente trovano la loro causa nei deficit di bilancia commerciale. Questi deficit determinati da un elevato aumento delle importazioni, trovano spiegazione in diversi fattori, quali l’elevata crescita degli Stati Uniti soprattutto se confrontata a quella europea e giapponese, la crescita del reddito disponibile (legata negli ultimi anni ai tagli all’imposizione fiscale da parte dell’amministrazione Bush) e l’elevata propensione al consumo dei cittadini americani, l’aumento del prezzo del petrolio, e la forte competitività dei paesi asiatici. Insieme a fattori strutturali (crescita del reddito disponibile) e congiunturali (prezzo del petrolio,se è ancora possibile definirlo tale), alcuni studiosi come Blanchard, Giavazzi e Sa spiegano l’aumento delle importazioni con una sorta di spostamento delle preferenze dei consumatori dai beni americani a quelli stranieri.
Fino ad ora questa situazione non ha comportato gravi problemi all’economia statunitense che, fino al 2006, è cresciuta più delle economie europee e di quella giapponese, e che solo quest’anno, anche per effetto della crisi immobiliare e dei mutui subprime, vedrà, probabilmente, un rallentamento del tasso di crescita del PIL.
Gli USA, in effetti, hanno attraversato molti anni di elevata crescita ma con squilibri strutturali che possono essere ricondotti a un fattore fondamentale: l’accumulazione di debito. Il vero nodo del problema strutturale dell’economia americana è che, da un’economia con risparmi e investimenti, si è trasformata in un’economia del debito e del consumo. Data la situazione dell’economia americana è naturale che le risorse per la creazione di nuovo stock di capitale possano venire solo dall’estero. Se così non fosse dovrebbero essere le famiglie a dover ridurre i consumi o lo Stato a ridurre il disavanzo.
Questa situazione rende gli USA fortemente dipendenti dall’estero e la loro leadership economica non più scontata. Primo segno di tale evoluzione è la necessaria caduta del valore del dollaro sui mercati internazionali, quale unica risposta possibile all’aumento progressivo del deficit commerciale. Per adesso l’elevato deficit commerciale è stato finanziato dalla vendita di attività finanziarie denominate in dollari alle banche centrali e agli investitori esteri. Questo processo può continuare, però, solo fino a quando gli investitori esteri continueranno ad avere fiducia nell’economia americana. E’ evidente che la situazione non può continuare all’infinito ed il deprezzamento del dollaro in atto, nei confronti dell’euro già dal 2001, ne è la prova.
Il dollaro potrebbe avere tassi di deprezzamento maggiori di quelli previsti in passato da analisti ed economisti, per effetto del rallentamento della crescita degli USA e del problema congiunto di deflazione nel prezzo degli immobili e crisi dei mutui subprime, ma molto dipenderà dalle future scelte delle autorità di politica economica, e dal reale impatto della crisi che si è abbattuta sui mercati finanziari.

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Definizione del problema A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il ruolo guida degli Stati Uniti nell’economia mondiale e della loro valuta all’interno dei mercati finanziari non è stato mai messo in discussione, fatta forse eccezione negli anni ’70 in concomitanza con le crisi petrolifere e con la fine del sistema di Bretton Woods. Negli ultimi anni, però, nonostante la crescita statunitense sia stata costantemente più elevata di quella giapponese ed europea, questa leadership mondiale sembra essere sempre più messa in discussione. Le ragioni sono due: l’impetuosa crescita delle economie asiatiche (con in testa Cina e India) e la crisi del dollaro. Tralasciando il tema della crescita delle economie asiatiche, tranne per quel che riguarda la relazione tra l’impetuoso aumento delle loro esportazioni e l’effetto che hanno sulla bilancia commerciale statunitense, andremo a concentrare la nostra attenzione sulla relazione tra l’enorme deficit delle partite correnti statunitensi e la quotazione del dollaro. Come è noto, per saldo delle partite correnti si intende il cosiddetto saldo delle transazioni “sopra la linea” della bilancia dei pagamenti. Questo saldo è dato dalla somma di tre voci: 1) il saldo della bilancia commerciale, 2) il reddito netto da investimenti, 3) i trasferimenti netti ricevuti. Tralasciando la terza posta (rimesse degli immigrati e trasferimenti unilaterali tra paesi), il saldo negativo del conto corrente dipende dal deficit della bilancia commerciale e dalla differenza tra i redditi da investimenti ricevuti e pagati (attualmente ancora leggermente positiva negli Stati Uniti). Il saldo delle partite correnti trova contropartita nel saldo del conto capitale che misura l’afflusso netto di capitali all’interno di un paese. Essendo ormai da molti anni negativo il saldo del conto corrente, vi è stato, quindi, un massiccio afflusso di capitali negli USA, testimoniato da una posizione debitoria netta verso il resto del mondo superiore al 25% del PIL e ciò, ovviamente, comporta un flusso crescente di capitali per il pagamento di interessi e dividendi. In relazione all’afflusso di capitali esteri bisogna fare una distinzione: fino alla fine degli anni ’90 l’afflusso di capitali esteri era sostenuto dall’elevata domanda privata estera di azioni di imprese statunitensi, mentre nel corso di questo decennio la forte domanda di titoli statunitensi è stata sostenuta dalle banche centrali asiatiche e si è 1

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