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Il delitto di abusivo esercizio di una professione

Informazioni tesi

  Autore: Marco Cominetti
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Pietro Semeraro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 166

Questa breve introduzione ha l’obiettivo di illustrare al lettore i confini impostati per lo svolgimento della prova finale.
Il fenomeno dell’abusivismo professionale è noto da lungo tempo, ciononostante non constano precedenti specifici nelle codificazioni italiane previgenti al 1930, se non la previsione di sanzioni penali per l’esercizio di singole professioni, come per esempio la legge 1074/1928 sulla repressione dell’attività sanitaria abusiva. All’interno del Codice Zanardelli erano presenti solo le disposizioni sull’esercizio abusivo di funzioni pubbliche (art. 185) o sull’usurpazione di titoli (art. 186). Con il codice Rocco viene introdotta la disposizione ad hoc di cui all’art. 348 c.p.
Il tipo di reato esaminato può trovare maggiore o minore sviluppo a seconda delle caratteristiche socio-economiche di un epoca; il presente lavoro ha come scopo la descrizione e l’analisi della fattispecie penale che reprime questo fatto, fornendo un quadro quanto più possibile preciso sugli strumenti attuali di lotta all’illegalità nel campo delle professioni.
Si è deciso di strutturare l’esame a partire dalla suddivisione tradizionale operata dalla letteratura, la cosiddetta concezione tripartita del reato, suddividendo tra fatto, antigiuridicità e colpevolezza. Come primo passo si è voluto affrontare il tema del bene giuridico protetto dalla norma, rinvenibile secondo le correnti dominanti nell’interesse dello Stato a che certe attività vengano compiute da persone che posseggano capacità tecniche e scientifiche di alto livello, che l’Amministrazione accerta di persona predisponendo i requisiti dell’abilitazione. La necessità finale è poi la tutela del cittadino dalla possibilità di imbattersi in soggetti inesperti nell’esercizio della professione. Particolare attenzione è stata rivolta al punctum pruriens del concetto di norma penale in bianco e alle sue conseguenze, per altro oggetto di continuo dibattito sia in giurisprudenza che in dottrina.
Dopo un’analisi del reato per inquadrarlo in categorie dottrinali riconosciute, si è proceduto allo studio dei concetti che risultano dalla scomposizione della lettera della norma; in particolar modo alla valenza dei termini abusività, professione ed abilitazione dello Stato. Proseguendo con l’elemento oggettivo è stato svolto uno studio circa la condotta costitutiva dell’illecito, su che soggetto ricade e sulle modalità in cui essa si estrinseca. Nel terzo capitolo invece vengono approfondite le cause di esclusione della responsabilità, siano esse cause di giustificazione che incidono sull’antigiuridicità, siano esse scusanti che inficiano l’elemento soggettivo del dolo, oggetto anch’esso di rilievi.
Il quarto capitolo ha affrontato lo studio di tutti i tipi di sanzioni previste dalla fattispecie, sia principali che accessorie, alternative o sostitutive. Accanto a questo sono state anche svolte brevi considerazioni sugli aspetti procedurali e processuali per l’applicazione dell’art. 348 c.p.

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1 INTRODUZIONE Questa breve introduzione ha l’obiettivo di illustrare al lettore i confini impostati per lo svolgimento della prova finale. Il fenomeno dell’abusivismo professionale è noto da lungo tempo, ciononostante non constano precedenti specifici nelle codificazioni italiane previgenti al 1930, se non la previsione di sanzioni penali per l’esercizio di singole professioni, come per esempio la legge 1074/1928 sulla repressione dell’attività sanitaria abusiva. All’interno del Codice Zanardelli erano presenti solo le disposizioni sull’esercizio abusivo di funzioni pubbliche (art. 185) o sull’usurpazione di titoli (art. 186). Con il codice Rocco viene introdotta la disposizione ad hoc di cui all’art. 348 c.p. Il tipo di reato esaminato può trovare maggiore o minore sviluppo a seconda delle caratteristiche socio-economiche di un epoca; il presente lavoro ha come scopo la descrizione e l’analisi della fattispecie penale che reprime questo fatto, fornendo un quadro quanto più possibile preciso sugli strumenti attuali di lotta all’illegalità nel campo delle professioni. Si è deciso di strutturare l’esame a partire dalla suddivisione tradizionale operata dalla letteratura, la cosiddetta concezione tripartita del reato, suddividendo tra fatto, antigiuridicità e colpevolezza. Come primo passo si è voluto affrontare il tema del bene giuridico protetto dalla norma, rinvenibile secondo le correnti dominanti nell’interesse dello Stato a che certe attività vengano compiute da persone che posseggano capacità tecniche e scientifiche di alto livello, che l’Amministrazione accerta di persona predisponendo i requisiti dell’abilitazione. La necessità finale è poi la tutela del cittadino dalla possibilità di imbattersi in soggetti inesperti nell’esercizio della professione. Particolare attenzione è stata rivolta al punctum pruriens del concetto di norma penale in bianco e alle sue conseguenze, per altro oggetto di continuo dibattito sia in giurisprudenza che in dottrina. Dopo un’analisi del reato per inquadrarlo in categorie dottrinali riconosciute, si è proceduto allo studio dei concetti che risultano dalla scomposizione della lettera della norma; in particolar modo alla valenza dei termini abusività, professione ed abilitazione dello Stato. Proseguendo con l’elemento oggettivo è stato svolto uno studio circa la

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