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Il fine unifica i mezzi: la sfida imprenditoriale per le organizzazioni no profit. Risultati e prospettive per le realtà di successo del terzo settore. Il caso CESVI.

Informazioni tesi

  Autore: Paolo Battista Farina
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Ingegneria
  Corso: Ingegneria gestionale
  Relatore: Alessandro Molinaroli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 143

Negli ultimi anni è cresciuto, anche in Italia, l’interesse per l’insieme di organizzazioni che operano perseguendo obiettivi diversi dal profitto, comunemente definito “settore no profit” o “terzo settore”. Poiché non si tratta di un fenomeno nuovo, l’interesse suscitato sembra riconducibile al fatto che esso ha mostrato negli ultimi 10-15 anni una significativa dinamica nel numero e nella tipologia delle organizzazioni, nei servizi prodotti e nel numero di persone impiegate, a titolo sia volontario che retribuito.
Alla base del presente lavoro, l’ipotesi fondante è che per queste organizzazioni lo sviluppo sia duraturo, grazie alla “contaminazione” tra modelli “profit” e “no profit”. Questo è dovuto all’interazione tra strategie, struttura e meccanismi operativi che porta a conseguire ottimi risultati operativi di rilievo e in modo duraturo. Nel mio lavoro ho perciò dapprima fatto un’indagine statistica per capire l’entità del fenomeno; successivamente ho sottolineato le tappe storiche che hanno portato all’ascesa di queste organizzazioni; ho analizzato la strategia, scomponendola in competenze distintive, vantaggi competitivi, raggio d’azione e sinergie. Ho inoltre esaminato i principali meccanismi operativi ed infine rilevato quali sono i risultati operativi. Durante il lavoro, spesso, ho riportato confronti con le realtà for profit per capire, oltre alle differenze che sussistono, come vengono diversamente applicati concetti e strumenti che sono alla base di un’organizzazione in generale, privata, pubblica o no profit.
Nonostante ci sia una sostanziale differenza per quanto riguarda gli obiettivi (profitto vs assenza di fini di lucro), i modelli organizzativi (struttura, funzioni, strategie e culture aziendali vs struttura, funzioni, strategie e culture delle organizzazioni no-profit) ed i meccanismi di funzionamento, si assiste oggi, come accennato, ad una crescente diluizione del confine tra profit e no-profit. Da un lato, infatti, un numero elevato di aziende sta mutando nella direzione di un’organizzazione interna meno gerarchica, meno burocratica (organizzazioni piatte e flessibili) e di una crescente considerazione della centralità e circolarità della comunicazione e del benessere delle persone, mentre, dall’altro lato, si assiste ad una progressiva strutturazione in vere e proprie imprese sociali di una parte consistente di organizzazioni no-profit.
Al termine di questo scritto ho analizzato il caso dell’organizzazione no profit CESVI (www.cesvi.it), che si occupa di aiuti umanitari. Ho perciò intervistato il presidente Giangi Milesi, che mi ha fornito le informazioni per completare quest’ultima parte e offrire perciò un esempio realistico di quanto è stato esaminato precedentemente.

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9 1. Dimensioni quantitative e statistiche del fenomeno Nel corso del biennio 2004-2005 l'Istat ha svolto la quinta rilevazione sulle organizzazioni di volontariato iscritte nei registri regionali e provinciali al 31 dicembre 2003. Rispetto alla rilevazione precedente, riferita al 2001, l’incremento è stato del 14,9%. A confronti della prima rilevazione, riferita al 1995, esse sono aumentate del 152,0%, passando da 8.343 a 21.021 unità. Il notevole incremento dal 1995 si deve sia alla costituzione di nuove unità (8.530), che all’iscrizione nei registri di organizzazioni preesistenti (4.148). Nel 2003, per ogni organizzazione che ha cessato la sua attività, se ne sono iscritte più di 10. Nonostante il notevole incremento del numero di unità, l’analisi dei dati dell’ultima rilevazione permette di confermare alcune delle caratteristiche salienti dell’universo delle organizzazioni di volontariato. In particolare, si osserva: ξ il forte radicamento delle organizzazioni di volontariato nelle regioni settentrionali, anche se negli anni aumentano in misura relativamente più accentuata le unità presenti nel Mezzogiorno; ξ la prevalenza relativa di piccole dimensioni organizzative, sia in termini di volontari attivi che di risorse economiche disponibili; ξ la maggiore presenza, tra i volontari, di uomini, di persone in età compresa tra i 30 e i 54 anni, diplomate e occupate; ξ la concentrazione relativa di unità nei settori della sanità e dell’assistenza sociale, anche se cresce nel tempo il numero di quelle che operano in settori meno “tradizionali”; ξ la crescita del numero di organizzazioni che hanno utenti diretti e, conseguentemente, l’aumento del numero di coloro che si rivolgono ad esse per soddisfare le loro esigenze.

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