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Hannah Arendt: condizione umana e banalità del male

hannah arendt Il presente studio scorre lungo i binari dell’analisi del male totalitario, attraverso le considerazioni che sul tema sono state elaborate da una delle più grandi pensatrici del nostro tempo, Hannah Arendt. Che volto ha il male totalitario? Perché gli uomini commettono simili atrocità? Da dove trae le sue origini questa forma inedita di male? Questo studio è l’analisi di una possibile risposta, ovvero della risposta che fornì Hannah Arendt osservando Eichmann sul banco degli imputati. Il volto del male banale che l’autrice rintraccia nei carnefici del Novecento rievoca una concezione di male antica, secondo cui il male peggiore che gli uomini commettono è causato dal vuoto lasciato in loro dalla totale assenza di pensiero. Ma è proprio questo a rendere ancora più inquietante e spaventosa la realtà di un male così disumano come quello del nostro Novecento, la consapevolezza che i peggiori criminali del XX secolo sono stati uomini che non hanno pensato. Una conclusione sulla quale meditare, per non convivere in modo banale con l’assassino in cui ciascuno di noi potrebbe mutarsi. In questo scritto si vuole focalizzare l’attenzione sulla lotta caparbia della Arendt contro la fuga dalla realtà e dalla condizione umana, quale forma di complicità cieca con il male, per trarne degli insegnamenti positivi e utili soprattutto in un’epoca come la nostra in cui difficilmente ci si sofferma a pensare e riflettere, nella speranza che un simile degrado e tali atrocità non avvengano più. Il sonno del pensiero, per la Arendt genera mostri. Il peggiore di tutti è l’uomo privato della propria dignità, che si lascia trascinare passivamente in balia di correnti, che lo riducono a strumento di ideologie antiche o moderne che siano. Un pericolo quanto mai odierno, in un’epoca come la nostra di significativi cambiamenti, di scoperte scientifiche, di progressive invenzioni tecnologiche che invadono tutti gli ambiti dell’esistenza, in cui l’uomo sembra esser ridotto ad un’appendice dell’apparato tecnologico. Riscoprire il vero senso dell’essere umano nella capacità attiva, nella capacità di pensare, di riflettere e giudicare significa riuscire a dare un limite di responsabilità a questo automatismo ed evitare che l’uomo ne sia trascinato, come è successo in passato, oltre la sua volontà e la sua stessa coscienza. Quanto mai attuale e auspicabile diventa, allora, questa riscoperta delle condizioni dell’esistenza umana in un mondo diventato sempre più disumano. Modernità e barbarie sono due facce della stessa medaglia. È questa la straordinaria lezione che la Arendt ci ha lasciato come eredità della sua diagnosi epocale. Ad Auschwitz era stato organizzato il tentativo di estirpare il concetto stesso di uomo, questa forma inedita di male era stata accompagnata dall’ideologia più mortifera che l’umanità abbia mai conosciuto, poiché arriva al punto di decretare che alcuni esseri umani sono superflui. Alcuni, oppure sotto la spinta dell’automazione e a lungo andare tutti gli esseri umani? Occorreva trovare una risposta. Anche la scienza moderna ha cominciato a intervenire nella natura cominciando a sperimentare sui limiti dell’esistenza umana: natalità e mortalità. Dietro questi tentativi di distruzione e dietro il desiderio di superare i limiti della stessa esistenza umana, l’autrice intravede la brama di sfuggire ai limiti inerenti alla condizione umana, questo è ciò che può produrre gli Eichmann e la banalità del male. Sconvolta dall’avere scoperto che il male del totalitarismo era stato commesso da persone che non avevano deciso di essere o agire né per il male né per il bene, la Arendt ripropone la riconquista del pensiero come unica capacità assieme alla responsabilità di giudizio in grado di poterci fare conservare la nostra dignità. Il pensiero ci dà, grazie alla capacità di giudicare ciò che è giusto da ciò che non lo è, la possibilità all’interno della contingenza di poter scegliere, di avviare così al di la delle regole di condotta già prescritte, un nuovo inizio, tramite le azioni di uomini che scelgono responsabilmente di dare una svolta, affermando così la loro individualità, in un mondo comune in cui si esalterà la sovranità della libertà. Fermati e pensa, questa è la lezione della Arendt. Il male in agguato incombe sempre e in chiunque rinunci superficialmente ed irresponsabilmente ad esercitare autonomamente il proprio giudizio individuale, solo esso può mutare ogni passiva obbedienza in responsabile consenso.

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II Introduzione Il presente studio scorre lungo i binari dell’analisi del male totalitario, attraverso le considerazioni che sul tema sono state elaborate da una delle più grandi pensatrici del nostro tempo, Hannah Arendt. Che volto ha il male totalitario? Perché gli uomini commettono simili atrocità? Da dove trae le sue origini questa forma inedita di male? Questo studio è l’analisi di una possibile risposta, ovvero della risposta che fornì Hannah Arendt osservando Eichmann sul banco degli imputati. Il volto del male banale che l’autrice rintraccia nei carnefici del Novecento rievoca una concezione di male antica, secondo cui il male peggiore che gli uomini commettono è causato dal vuoto lasciato in loro dalla totale assenza di pensiero. Ma è proprio questo a rendere ancora più inquietante e spaventosa la realtà di un male così disumano come quello del nostro Novecento, la consapevolezza che i peggiori criminali del XX secolo sono stati uomini che non hanno pensato. Una conclusione sulla quale meditare, per non convivere in modo banale con l’assassino in cui ciascuno di noi potrebbe mutarsi. In questo scritto si vuole focalizzare l’attenzione sulla lotta caparbia della Arendt contro la fuga dalla realtà e dalla condizione umana, quale forma di complicità cieca con il male, per trarne degli insegnamenti positivi e utili soprattutto in un’epoca come la nostra in cui difficilmente ci si sofferma a pensare e riflettere, nella speranza che un simile degrado e tali atrocità non avvengano più. Il sonno del pensiero, per la Arendt genera mostri. Il peggiore di tutti è l’uomo privato della propria dignità, che si

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Angela Rinaldi Contatta »

Composta da 273 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 43704 click dal 02/02/2010.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.