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Guglielmo Ferrero e la crisi dell'ordine politico europeo

Informazioni tesi

  Autore: Mattia Billi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Paolo Pombeni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 244

RIASSUNTO SINTETICO: la “legittimità del potere”, ovvero il consenso attivo o passivo dei governati nei confronti del “Potere”, è per Ferrero (1871-1942) la grande conquista che permette di umanizzare l’ordine politico, di renderlo meno violento e brutale, meno basato sulla forza. La legittimità del potere – con le uniche eccezioni dell’antica Roma e, forse, della Cina antica – divenne una realtà storica solo in Occidente a partire dal XV secolo. La conquista della legittimità del potere è una delle principali spiegazioni dei grandi progressi della civiltà occidentale; il progresso e la decadenza dei popoli, infatti, sono principalmente determinati dalle loro vicende politiche. Ferrero maturò questa visione della storia in seguito al disastro storico della prima guerra mondiale. Egli comparò la crisi della civiltà occidentale del suo tempo con le crisi che avevano colpito tale civiltà nel III-V secolo (il crollo dell’impero romano) e nel 1789-1815 (le vicende rivoluzionarie e napoleoniche), e da tale comparazione concluse che quelle tre grandi crisi storiche erano tutte scaturite da una radicale crisi della legittimità del potere: erano tutte e tre, in altre parole, delle crisi in primo luogo politiche. In tutti e tre i casi, il venir meno della legittimità del potere aveva dato luogo a guerre e rivoluzioni interminabili. La civiltà occidentale del suo tempo, inoltre, aveva completamente perso la capacità di limitare e regolare il fenomeno guerra, capacità che aveva raggiunto la sua perfezione nel XVIII secolo; la cosa era gravissima perché la capacità distruttiva generata dal combinarsi della coscrizione universale organizzata dagli Stati nazionali con le risorse tecniche messe a disposizione dall’industria moderna, era veramente inedita (“la guerra iperbolica”). La via per ristabilire l’ordine del mondo era per Ferrero la ricostruzione della legittimità del potere all’interno dei singoli Stati, tramite la sincera applicazione del nuovo principio di legittimità democratico, che ormai aveva definitivamente soppiantato il vecchio principio aristocratico-monarchico. Solo la legittimità degli ordini politici interni, infatti, rendeva possibile la costruzione di un ordine internazionale capace di limitare e localizzare le guerre che potevano insorgere nel suo seno. Pur non credendo nell’utopia della pace universale, Ferrero nel 1940 giunse a proporre, per “dare un nuovo equilibrio all’Europa” e farla uscire dalla gravissima crisi in cui era precipitata, la costituzione di “una Confederazione di Stati legittimi”. Quando il 3 agosto 1942, dopo dodici anni di esilio a Ginevra, Ferrero morì, egli era fiducioso riguardo la sconfitta del nazi-fascismo e riguardo la possibilità, dopo la guerra, di ricostruire l’ordine del mondo sulle solide fondamenta della legittimità.

METODOLOGIA SEGUITA: Analisi di vari testi dell’autore, confronto con la letteratura critica, scelta delle tematiche principali, elaborazione di alcuni rapidi spunti comparativi rispetto ad altri autori.

PRINCIPALI RISULTATI RAGGIUNTI: ho realizzato una ricostruzione del pensiero storico e politico dell’autore relativamente al tema della crisi dell’ordine politico europeo, assemblando in maniera originale quelle che mi sono sembrate le tematiche più interessanti e rilevanti da esso sviluppate. L’originalità dello studio non risiede nell’analisi integrale dell’amplissima opera dell’autore, che non era realizzabile, bensì nei temi che ho isolato e nel modo in cui li ho organizzati e trattati. Tramite questo lavoro ho proficuamente approfondito i miei interessi di ricerca sulla storia della civiltà occidentale e, in particolare, sulla drammatica crisi che investì tale civiltà nella prima metà del Novecento. L’opera di Ferrero è un’interessante testimonianza del tempo su come l’enorme novità della politica e della società di massa, mal metabolizzata dalla civiltà europea, sia stata forse la causa profonda principale della crisi dell’ordine politico europeo – sia interno che internazionale – che si avviò con la prima guerra mondiale.

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CAP. 2. LAVISIONE GENERALE DELLA STORIA 98 Il 9 giugno 1815, con la firma dell‟Atto finale, il Congresso giungeva finalmente a conclusione. Il 18 giugno Napoleone era definitivamente sconfitto a Waterloo. La “grande paura” iniziata nel 1789 terminava, perché l‟equilibrio dell‟Europa era stato ricostruito sulle solide fondamenta della legittimità: ovvero era stato ricostruito un ordine internazionale legittimo basato a sua volta sulla legittimità dei sistemi politici interni. Dopo 25 anni di guerre e rivoluzioni, un “miracolo”1 aveva salvato la civiltà europea. 2.5.4. Il XIX secolo: “insonnia” politica, “rivoluzione quantitativa”, corsa agli armamenti Il Congresso di Vienna, dal punto di vista storico, è stato dunque per Ferrero “un gran successo”2. Non fu, “come si è preteso, il concilio ecumenico dell‟assolutismo europeo”3. Oltre a ristabilire l‟ordine internazionale, diede alla Francia e in parte all‟Europa più libertà di quanto avessero saputo fare la Rivoluzione e Napoleone. La “ricostruzione” della legittimità degli ordini politici interni non fu ottimale nè tantomeno 1 Ivi, p. 380. 2 Ivi, p. 393. Cfr. H. Kissinger, L’arte della diplomazia, cit. Mentre Ferrero vede in Talleyrand il protagonista principale del Congresso di Vienna, Kissinger considera Metternich il grande regista del Congresso e della successiva “diplomazia della restaurazione”. Pur concordando nel giudizio positivo sul Congresso di Vienna Kissinger, nel suo A World Restored: Metternich, Castlereagh and the Problems of Peace 1812-1822 [Boston, Houghton Mifflin, 1973 (I ed. 1957), tr. it. H. Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Milano, Garzanti, 1973], ha giudicato in modo assai critico l‟opera di Ferrero dedicata al Congresso di Vienna, rimproverando al suo autore “sia il «moralismo», sia l‟appiattimento della sua ricostruzione del momento storico-politico unicamente sulle indicazioni contenute nei Mémoires di Talleyrand” [E.A. Albertoni, Guglielmo Ferrero: per un primo bilancio critico, in R. Baldi (a cura di), Guglielmo Ferrero, cit., p. 317. Albertoni fa riferimento a Diplomazia della Restaurazione, cit., p. 365]. 3 Ricostruzione, p. 389. Noto però che circa vent‟anni prima, in Problems of Peace. From the Holy Alliance to the League of Nations, Ferrero aveva giudicato il Congresso di Vienna in termini diametralmente opposti, ovvero come la miope e impositiva restaurazione di un assolutismo dinastico per diritto divino che non solo era ormai incompatibile con l‟evoluzione della società europea, ma che rappresentava anche una rottura a suo modo rivoluzionaria rispetto alle ben più complesse e radicate legittimità d‟antico regime. Era un salto all‟indietro “from the eighteenth to the fourth century, to the absolutism of Diocletian and Constantine […]” [pp. 31-32]. Si veda il capitolo III del libro, “The League and the Peace of the Dynasties (1815-1848)”.

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