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Un'analisi antropologica della ridefinizione del concetto di vita nella pratica del trapianto di organi

Informazioni tesi

  Autore: Maria Elena Rodriguez
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze Antropologiche
  Relatore: Ivo Quaranta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

Nella mia tesi ho analizzato il modo in cui la pratica dei trapianti di organi ha modificato la concezione della vita, della morte e del corpo umano. Grazie ai progressi della biomedicina, oggigiorno le aspettative di vita sono cresciute notevolmente e la cultura di rassegnazione alla morte è stata sostituita da una di programmazione, in cui le diverse fasi della vita vengono controllate dai medici a seconda dell’interesse dello stato in materia. Poiché il corpo non smette di vivere contemporaneamente in ogni sua parte, l’uomo ha dovuto individuare la funzione corporea imprescindibile per la vita, riconosciuta fino a pochi decenni fa nell’attività respiratoria, integrata con quella cardiaca e quella cerebrale. La pratica dei trapianti di organi si è sviluppata durante il Novecento grazie al progredire delle tecniche chirurgiche, dell’immunologia, ma anche all’estensione dei potenziali donatori oltre l’ambito dei viventi per gli organi doppi e dei cadaveri. Nel 1967 Christiaan Barnard effettuò il primo trapianto di cuore espiantandolo da una donna sottoposta a ventilazione artificiale per un trauma cerebrale irreversibile. Nel 1968 un Comitato della Harvard Medical School individuò nel coma irreversibile un nuovo criterio di morte e parlò di sindrome da morte cerebrale. Il criterio neurologico, successivamente perfezionato, aveva il dichiarato scopo di reperire organi ossigenati e di evitare lo spreco di risorse economiche per il sostentamento degli ibridi uomo-macchina. I dibattiti sulla morte cerebrale, la quale non fu subito pacificamente accettata, sono sintomo dell’indefinitezza dei concetti che essa implica: la categoria fondamentale di persona è contraddistinta, secondo la maggioranza dei pensatori occidentali, dalla capacità di autodeterminarsi, il che comporta la preminenza delle funzioni cerebrali. A causa della concezione dicotomica mente-corpo dell’uomo, con la preminenza della prima, e a causa della fiducia nella razionalità e nella medicina, il rischio che i cerebralmente morti possano essere strumentali ai trapianti e l’effettiva oggettività della morte cerebrale, il suo non essere esente da considerazioni contingenti del personale sanitario, non sollevano molte discussioni. La tradizione di smembramento del cadavere per scopi scientifici e religiosi ha favorito l’accettazione del corpo come aggregato di parti sostituibili, che sono solitamente private di ogni nesso con la personalità individuale nella pratica e nel linguaggio medici.
La costruzione arbitraria della morte cerebrale assume spessore soprattutto nel confronto con altri contesti dove è stata esportata. In Giappone è stata legalmente riconosciuta nel 1997 solo dopo aspri e pubblici dibattiti. La persona è concepita come costruita nell’interazione e inserita in un contesto familiare ampio che sconfina nell’ambito degli antenati, perciò la morte è un processo dal significato preminentemente sociale. La scarsa fiducia nella medicina e un rapporto controverso con l’Occidente hanno contribuito ad ostacolare l’approvazione della nuova morte biologica dell’individuo.
Non sempre i pazienti in procinto di subire un trapianto vengono avvertiti che la qualità della loro vita potrebbe risultare deludente, non solo per la dipendenza dai costosi farmaci immunosoppressivi. Dal punto di vista medico l’intervento riesce perfettamente anche se garantisce la sopravvivenza in condizione di parziale invalidità, mentre i casi di “rigetto psicologico” dell’organo o di identificazione con il donatore vengono considerati psicosi da evitare. Il sistema cerca di preservare l’anonimato delle parti in causa per evitare pressioni reciproche, ma il bisogno spesso ossessivo di conoscere provenienza e destinazione degli organi dimostra che sono caricati di significati personali che trascendono la funzionalità biologica.
La frattura tra donatore e ricevente è riempita da transazioni fra organizzazioni e strutture sanitarie. Quando la tecnologia raggiunge contesti dove mancano tutela di tutti i cittadini, adeguate infrastrutture e organizzazioni internazionali dedite ai trapianti, dove esistono forti squilibri economici e sociali, essa diventa un ulteriore strumento di discriminazione. I progressi dell’immunologia hanno fatto sì che esistano numerosissimi donatori possibili per ogni ricevente; allo stesso tempo, l’attenzione focalizzata sulle esigenze di chi necessita del trapianto ha cancellato molti scrupoli riguardanti la provenienza degli organi. In molti paesi del Secondo e Terzo Mondo l’assistenza sanitaria è carente e corrotta e discrimina le parti di popolazione più disagiate. Queste stesse categorie possono vedere nei propri organi doppi una risorsa economica, sebbene transitoria. In alternativa, il potere dello stato sui corpi morti degli emarginati, che si realizza attraverso le istituzioni mediche, trova il massimo compimento nell’asservirli alle pretese di vita ad ogni costo dei più facoltosi.

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INTRODUZIONE Tutte le culture possiedono modelli di medicina e l’antropologia studia i rapporti tra malattia, corpo e conoscenze mediche ponendo l’enfasi sull’insieme di cognizioni, comportamenti e valori dei gruppi umani. La biomedicina, articolata in diversi campi di specializzazione, è in continua evoluzione: la lista delle malattie, classificate in base alle cause, è costantemente accresciuta ed aggiornata, mentre alcune non vengono più considerate infermità, come per esempio l’omosessualità. Oltre che al progresso della ricerca medica, ciò è dovuto al significato e all’importanza dati dalle culture alle malattie, dal modo in cui il sapere medico viene reso naturale, occupandosi del corpo umano in diversi modi. La biomedicina, sviluppatasi negli ultimi due secoli, è strettamente legata allo Stato moderno e alla cultura dell’industrializzazione. Nonostante le somiglianze tra malattie, nei diversi Paesi si riscontrano differenze nelle cure e nelle classificazioni, nelle reazioni del popolo alle innovazioni tecniche e scientifiche, anche se, naturalmente, all’interno della stessa popolazione si osservano linee di pensiero diverse a seconda dello stato socioculturale, dell’età e di altri fattori personali. Sicuramente, al giorno d’oggi si ha molta più fiducia nella medicina rispetto, per esempio, al secolo scorso; le aspettative di vita sono cresciute notevolmente ed è stata abbandonata la cultura di rassegnazione che inglobava più pacificamente la morte nel ciclo vitale dell’umanità. La nostra è una cultura di programmazione, in cui le diverse fasi della vita, prima considerate naturali, vengono controllate dai medici, più o meno a seconda dello sviluppo e dell’interesse dello Stato in materia. Combattiamo contro le infermità fisiche, curiamo e proteggiamo il nostro corpo per fargli affrontare più indenne possibile il trascorrere del tempo: la morte non si può sconfiggere, ma riusciamo a ritardarla con molto più successo rispetto a prima. Il mondo della medicina, in costante sviluppo, ha rinforzato la visione della morte come fallimento ed è il nostro primo alleato nel fare sì che la malattia non porti a questa sconfitta. Lo stretto intreccio tra cultura e natura è evidente nella pratica della chirurgia sostitutiva, divenuta ormai un intervento diffuso, grazie al progresso medico e tecnologico degli ultimi decenni. Racconti di trapianti si possono trovare nella mitologia, nelle storie popolari e in fonti medievali. Ad esempio, si narra che nel III secolo D.C. Cosma e Damiano, poi

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