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Cervantes tra follia e tragedia: ''El licenciado Vidriera''

Il lavoro fornisce un quadro d'insieme circa la trattazione e la formulazione del concetto di follia nell'opera cervantina. Prendendo avvio da una ricostruzione generale delle linee di sviluppo del concetto di follia tra Medioevo, Rinascimento ed Età Classica, si ripercorrono sia i mutamenti subiti dalla percezione comune della follia e del folle, sia quelli relativi al ruolo sociale ricoperto da quest’ultimo. Questa trattazione ha lo scopo di delineare il contesto storico-culturale in cui Cervantes si trova a scrivere, al fine di fornire un’idea complessiva del modo in cui lo stesso autore, uomo della seconda metà del Cinquecento, vede, affronta e vive la “questione della follia”.
L’attenzione è poi focalizzata sull’analisi di una delle Novelas Ejemplares, pubblicate da Cervantes nel 1613, ovvero El Licenciado Vidriera, esemplificazione concreta di quella concezione della follia, genericamente trattata nella prima parte. Si prende, dunque, avvio con la trattazione dei precedenti storico-letterari dell’opera, cercando di evidenziare quanto peso questi abbiano avuto nell’elaborazione della novella, per poi soffermarsi sulle novità stilistiche e tematiche. Seguirà, quindi, l’analisi del testo cervantino, nella quale occuperà ampio spazio la riflessione sul rapporto tra la follia e la ragione e lo studio dei significati simbolici attribuibili alla vetrosità.
Infine un parallelismo tra il protagonista della vicenda, per l’appunto il licenciado Vidriera, e il suo “suo fratello maggiore” letterario, ovvero don Chisciotte, permetterà di evidenziare il profondo rapporto che Cervantes tuttora intrattiene con la modernità, ponendo alla luce, con l’aiuto dell’interpretazione di Unamuno, l’intensa ed attuale tragicità che traspare dalle sue opere.

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4 1. La follia tra Medioevo, Renaissance ed Età Classica 1.1. Il concetto di “esclusione” La condanna del male, nelle sue polimorfe rappresentazioni, ha assunto, nel corso della storia, svariati modi per esplicitarsi, tra i quali ricoprono un ruolo preminente le pratiche dell’esclusione e della purificazione. Ne sono esempio i lebbrosari diffusi nel Medioevo1: luogo di emarginazione per una parte di popolazione che viene isolata non tanto per questioni mediche o sanitarie, come evitare il contagio fisico, quanto per allontanare dalla società coloro che sono stati puniti da Dio, per le loro colpe morali, con la malattia. «Amico mio» dice il rituale della Chiesa di Vienna «Nostro Signore vuole che tu sia infetto da questa malattia, e ti fa una grande grazia quando ti vuole punire dei peccati che hai commesso in questo mondo»2. I lebbrosi divengono, allora, testimoni ieratici del male, e possono acquisire la salvezza solamente in e per mezzo di questa esclusione: in una strana reversibilità che si oppone a quella dei meriti e delle preghiere, essi sono salvati da questo stesso abbandono che, contemporaneamente, preserva la società dal contagio morale della colpa. «E benché tu sia separato dalla Chiesa e dalla compagnia dei Sani, tuttavia non sei separato dalla grazia di Dio»3. Con la fine delle crociate e il debellamento della lebbra, nel XV secolo i lebbrosari vengono chiusi e la follia succede alla lebbra per diritto ereditario. Nell’immaginario del Rinascimento al lebbrosario si sostituisce un nuovo mezzo di esclusione e purificazione: la Nave dei folli4. 1 FOUCAULT M., Storia della follia nell’età classica, Edizione BUR, Milano, 2005. 2 Ivi, p. 13. 3 Ivi, p. 14. 4 Ibidem.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Martina Girotti Contatta »

Composta da 68 pagine.

 

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