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Effetti del business penitenziario sul territorio statunitense: il paradosso di gated communities e prison towns

Informazioni tesi

  Autore: Benedetta Riguzzi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali
  Relatore: Giovanni Pieretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 161

Gated communities e prison towns sono due forme assai diverse (quanto a premesse e scopi della costruzione, collocazione spaziale, caratteristiche architettoniche, ecc.) di insediamento, che a partire dagli anni ’80 sono andate moltiplicandosi sul tessuto spaziale americano; entrambe però sono legate, più o meno direttamente, al fenomeno del “boom penitenziario”. Mentre le prime sono oggetto di studio e ricerca anche nel nostro Paese (tra gli altri, G. Martinotti, A. Detragiache, A. Petrillo, G. Amendola, F. Mantovani, ecc.), le seconde sono state descritte ed indagate da un punto di vista sociologico esclusivamente da autori statunitensi, ed in un numero piuttosto ristretto di ricerche empiriche.

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Introduzione Nel romanzo American Psycho (1991) di Bret Easton Ellis1, Pat Bateman – giovane yuppie impiegato a Wall Street, omicida e psicopatico - si aggira per New York scegliendo i suoi bersagli esclusivamente tra i deboli, i senza dimora, gli omosessuali, le prostitute. Bateman, ricco broker amante di abiti firmati e locali alla moda, è l’eroe malvagio (il suo cognome rimanda infatti sia al Norman Bates protagonista di Psycho di Hitchcock sia ad una caricatura negativa di Batman) di una metropoli anni ’80 di stampo reaganiano, all’apparenza scintillante ma profondamente superficiale, corrotta e ossessionata dall’idea di cancellare i segni della povertà crescente e le tracce del fallimento. Quello che “sembrava un racconto neo-gotico, era invece una descrizione iper-realistica della cultura urbana emergente”. Così Alessandro Dal Lago si esprime a proposito dell’opera di Ellis nella prefazione a La città perduta di A. Petrillo, e prosegue affermando che “ormai le maggioranze politico-culturali si aggregano intorno a poche parole d’ordine: dare la caccia al crimine, mandare a casa gli immigrati, far sparire i mendicanti, ripulire in ogni senso le città. […] Si tratta di una tendenza che ha ragioni precise e rimanda a responsabilità determinate, soprattutto politiche. Si tratta essenzialmente della vittoria schiacciante della cultura del profitto su ogni altro possibile senso collettivo, una vittoria che ha trasformato in un ventennio l’attore sociale in attore economico”. Se nel testo di Petrillo l’intento dell’autore è di indagare il fenomeno del deperimento dello spazio pubblico nella “città globale” e dell’emergere di sentimenti di insicurezza e utopie privatistiche, auspicando l’estensione di “diritti urbani” ai cosiddetti esclusi, anche il seguente lavoro riflette sul tema della “cultura” dell’espulsione e della tolleranza zero e sulle nuove configurazioni che il territorio va assumendo in molta parte dell’Europa e del Nord America al di fuori della città tradizionale. La presente tesi di laurea si pone in continuità con la precedente2, elaborata a conclusione del Corso di Laurea triennale in Servizio Sociale, la quale dedicava 1 Pubblicato in Italia da Einaudi e da Bompiani; ne è stata realizzata anche un’omonima versione cinematografica nel 2001, con la regia di Mary Harron. 2 Presentata nel Novembre 2005 e intitolata Carcere e società civile nell’opera letteraria di Edward Bunker. 4

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