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Una modernizzazione incompiuta. Pasolini e la rivoluzione dei consumi in Italia.

Gli anni del “boom” economico in Italia sono caratterizzati da una forte crescita industriale correlata all’aumento del reddito e all’espansione dei consumi, ma anche da alcune contraddizioni.
Alla fine del secondo conflitto mondiale l’Italia è un paese profondamente ferito dai bombardamenti anglo-americani e dalle distruzioni lasciate dai nazisti, stanco, sfiduciato, senza prospettive precise, incerto addirittura sulla sua stessa unità. L’economia è prostrata; la società è sostanzialmente la stessa di inizio secolo: agricola, arretrata e provinciale.
Quarant’anni più tardi, lo stesso paese è uno dei sette più industrializzati del mondo, saldamente integrato nel sistema occidentale di mercato, il tenore di vita dei suoi cittadini si può a ben diritto definire tra i più elevati del mondo. Il volto dell’Italia è dunque decisamente cambiato da allora, e per certi aspetti è addirittura irriconoscibile, trasformato da un processo di accumulazione, di urbanizzazione e di secolarizzazione così rapido e profondo da avere pochi altri riscontri nella storia europea del dopoguerra. Già nel 1968 le rivolte studentesche poterono essere lette – almeno in parte, e in parte lo furono esplicitamente – come un fenomeno di rifiuto della società dei consumi. Quale differenza rispetto a soli vent’anni prima, quando da consumare c’era ben poco, e per moltissime famiglie il problema era mettere insieme il pranzo con la cena!
Cosa aveva reso possibile una simile trasformazione della società italiana?
I fattori di cambiamento furono molteplici e distribuiti nel tempo, ma il fulcro di tutto va cercato in un periodo relativamente limitato, che va approssimativamente dalla metà degli anni ’50 al 1963, e che generalmente va sotto il nome di “miracolo economico”. Ma fu davvero un miracolo? In effetti, abbiamo a che fare con mutamenti socio-economici del tutto fuori dell’ordinario, ma certo non inspiegabili, almeno a posteriori. In altre parole, il “boom” economico non nasce dal nulla, ma vi sono evidentemente le premesse storiche per il suo verificarsi. Questo è quello che cercherò di esporre nel primo capitolo della prima parte di questo lavoro.
In secondo luogo, non abbiamo nemmeno a che fare con un passaggio miracoloso dall’inferno della povertà al paradiso del benessere generalizzato: proprio la rapidità ( e quindi la traumaticità) di questo passaggio comportò la mancata soluzione di problemi strutturali che si trascinavano da prima della guerra. Di questo mi occuperò nel secondo capitolo della prima parte.
La seconda parte è interamente dedicata ad uno dei più attenti osservatori della società italiana, Pier Paolo Pasolini. Nel primo capitolo espongo tutto il suo rammarico per la “rottura” antropologica che si verifica nel passaggio da una civiltà precapitalistica ad una industriale. Nel secondo capitolo mi occupo dell’analisi dei suoi saggi sulla televisione, che per lui non è il tanto enfatizzato strumento di diffusione democratica, ma piuttosto un dispositivo di manipolazione, che impone un nuovo modello umano di riferimento, quello piccolo-borghese, edonista, che penetra nelle coscienze attraverso quel rapporto pervasivo che solo questo nuovo mezzo riesce a creare. Infine “l’articolo delle lucciole”, la più spietata analisi sul tema a lui tanto caro della crisi dei valori.

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1. La grande trasformazione 1.1 Alle origini del miracolo economico Gli anni dal 1950 al 1970 furono un periodo d’oro per il commercio internazionale. Lo scambio di manufatti aumentò di sei volte; l’integrazione economica dei maggiori paesi industriali raggiunse nuove vette; la produzione in serie per i mercati, sia quelli interni che quelli esterni, dette luogo a un livello di prosperità senza precedenti. Il fordismo (la produzione in serie automatizzata di beni di consumo) e il consumismo divennero le divinità gemelle dell’epoca. Come avvenne che l’Italia, invece di giocare un ruolo secondario in questo periodo di espansione, ne divenne uno dei protagonisti? Le ragioni sono molteplici, e tra gli economisti non c’è accordo sull’ordine in cui esse dovrebbero essere elencate. Di primaria importanza deve essere considerata la fine del tradizionale protezionismo dell’Italia. Molti industriali guardarono con timore ingiustificato all’improvviso esporsi ai venti della competizione europea ; in realtà l’industria italiana dimostrò di aver raggiunto un sufficiente livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tale 4

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Roberto Fontana Contatta »

Composta da 71 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.