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La motivazione del provvedimento amministrativo: evoluzione e prospettive

Questo lavoro s'incentra sul tema della motivazione del provvedimento amministrativo. Si cercherà di dare un'esauriente spiegazione della nozione di motivazione, dei caratteri e delle funzioni di questo istituto, considerandolo anche dal punto di vista storico, dagli ultimi anni del XIX secolo ai giorni nostri. Verrà inoltre dato particolare spazio, in tutta la trattazione, alla rivoluzionaria legge sul procedimento amministrativo, l. n. 241 del 1990, che ha segnato una svolta fondamentale in materia di motivazione: questa legge ha, infatti, recepito l'istanza volta alla generalizzazione dell'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi. Infine, l'ultimo capitolo avrà ad oggetto due importanti questioni problematiche, i vizi della motivazione e la motivazione successiva.
La motivazione permette di comprendere i motivi, le ragioni, l'iter logico-giuridico che ha condotto l'amministrazione a porre in essere un determinato provvedimento. Inoltre consente una valutazione, un giudizio più approfondito degli atti, una più immediata individuazione del tipo di provvedimento adottato, di verificare meglio la completezza dell'istruttoria, e se la P.A. abbia adeguatamente considerato gli interessi che era necessario esaminare per l'adozione dell'atto finale, di accertare i motivi in forza dei quali la pubblica amministrazione ha ritenuto la sua scelta la più corrispondente con l'interesse pubblico. La motivazione è, dunque, uno strumento di trasparenza.
Già dalla fine del secolo XIX, la dottrina aveva tentato di delineare, seppur in assenza di un principio normativo, un generale obbligo di motivazione degli atti amministrativi, riconoscendone la preminente funzione di "garanzia dell'individuo verso l'amministrazione". Il principale dato normativo su cui si basava la dottrina era costituito dall'art. 3, comma 1,della l. 20 marzo 1865, n. 2248, All. E, legge abolitiva del contenzioso amministrativo, che prevedeva l'obbligatorietà della motivazione per le decisioni sui ricorsi amministrativi.
Inoltre, con l'istituzione della IV Sezione del Consiglio di Stato, nel 1889, il sistema di giustizia amministrativa creato con la legge di abolizione del contenzioso amministrativo venne integrato, e si rilevò, intorno al 1900, una crescente attenzione dei giudici verso il problema della motivazione del provvedimento amministrativo, ma si giunse, comunque, alla constatazione dell'insussistenza di una regola generale che imponesse alla P.A. di motivare obbligatoriamente ogni sua determinazione.
Nella Costituzione, tuttavia, ci sono due importanti articoli che rappresentano la radice storico-giuridica dell'obbligo contenuto nella rivoluzionaria legge n. 241/1990: gli artt. 97 e 113.
Alla fine degli anni settanta, ancora, dottrina e giurisprudenza, individuarono dei casi nei quali la motivazione era necessaria, in virtù della natura del provvedimento o del suo rapporto con l'iter, a pena di annullabilità.
Con l'art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241 è stato finalmente generalizzato l'obbligo della motivazione, eliminando, quanto meno in apparenza, la necessità di ricorrere a un sistema classificatorio degli atti per evincere la presenza o l'assenza dell'obbligo di motivare (restano comunque esclusi da detto obbligo gli atti normativi e gli atti a contenuto generale).
La novella del 2005 non ha modificato l'art. 3: tuttavia il suo precetto è stato rafforzato dall'integrazione dell'art. 6, lett. e.
A proposito dei vizi della motivazione, nell' ordinamento giuridico previgente, in mancanza di un un obbligo legale di motivazione, la giurisprudenza era propensa ad inquadrare nel vizio di eccesso di potere le carenze e le lacune della motivazione del provvedimento. L'eccesso di potere è un vizio della funzione amministrativa, riguardante, cioè, l'attività valutativa della P.A. In virtù dell'art. 3 della l. 241/1990, la carenza di motivazione integra, oggi, la violazione di legge, così come i casi di mancanza o di incompletezza dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione; tale vizio colpisce altresì tutti i provvedimenti motivati per relationem che non indichino gli atti da cui risultano le ragioni della decisione, o che non specifichino i modi per accedere agli stessi. Saranno da ritenersi, invece, affetti dal vizio di eccesso di potere gli atti che presentino carenze o incongruità della motivazione differenti da quelle sopra citate (illogicità, contraddittorietà della motivazione).
Infine...

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Introduzione Questo lavoro s’incentra sul tema della motivazione del provvedimento amministrativo. Si cercherà di dare un’esauriente spiegazione della nozione di motivazione, dei caratteri e delle funzioni di questo istituto, considerandolo anche dal punto di vista storico, dagli ultimi anni del XIX secolo ai giorni nostri. Verrà inoltre dato particolare spazio, in tutta la trattazione, alla rivoluzionaria legge sul procedimento amministrativo, l. n. 241 del 1990, che ha segnato una svolta fondamentale in materia di motivazione: questa legge ha, infatti, recepito l’istanza volta alla generalizzazione dell’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi. Infine, l’ultimo capitolo avrà ad oggetto due importanti questioni problematiche, i vizi della motivazione e la motivazione successiva. La motivazione permette di comprendere i motivi, le ragioni, l’iter logico- giuridico che ha condotto l’amministrazione a porre in essere un determinato provvedimento. Inoltre consente una valutazione, un giudizio più approfondito degli atti, una più immediata individuazione del tipo di provvedimento adottato, di verificare meglio la completezza dell’istruttoria, e se la P.A. abbia adeguatamente considerato tutti gli interessi che era necessario esaminare per l’adozione dell’atto finale, di accertare i motivi in forza dei quali la pubblica amministrazione ha ritenuto la sua scelta la più corrispondente con l’interesse pubblico. La motivazione è, dunque, uno strumento di trasparenza. Già dalla fine del secolo XIX, la dottrina aveva tentato di delineare, seppur in assenza di un principio normativo, un generale obbligo di motivazione degli atti amministrativi, riconoscendone la preminente funzione di “garanzia dell’individuo verso l’amministrazione”. Il principale dato normativo su cui si basava la dottrina era costituito dall’art. 3, comma 1, della l. 20 marzo 1865, n. 2248, All. E, legge abolitiva del contenzioso amministrativo, che prevedeva l’obbligatorietà della motivazione per le decisioni sui ricorsi amministrativi. Inoltre, con l’istituzione della IV Sezione del Consiglio di Stato, nel 1889, il sistema di giustizia amministrativa creato con la legge di abolizione del contenzioso amministrativo venne integrato, e si rilevò, intorno al 1900, una crescente attenzione dei giudici verso il problema della motivazione del provvedimento amministrativo, ma si giunse, comunque, alla constatazione dell’insussistenza di una regola generale che imponesse alla P.A. di motivare obbligatoriamente ogni sua determinazione. 5

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Rossella Fronteddu Contatta »

Composta da 42 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 10848 click dal 17/03/2010.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.