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La teoria della localizzazione e gli investimenti diretti esteri in Italia

Nell’attuale sistema economico internazionale, sotto la spinta degli IDE, si sta sviluppando una diversa collocazione degli assets per la produzione dei beni e servizi. Le economie in via di sviluppo e di transizione, infatti, hanno visto l’afflusso di IDE aumentare nel 2008 a livelli record. Nonostante questa frammentazione internazionale della produzione, rimangono nelle mani dei paesi di più antica industrializzazione i centri di comando e le principali reti delle attività economiche. Gli investimenti greenfield si dirigono sempre più verso aree diverse dall’Occidente, mentre in questa area si crea competizione per attrarre attività di servizio, logistiche, di R&S, di headquarter. Nei paesi industrializzati, il veicolo fondamentale degli IDE è sempre più rappresentato dalle acquisizioni di imprese giù esistenti, che apportano alle IMN siti produttivi, reti distributive e di assistenza tecnica.
In questo scenario rimanere ai margini sembra un fatto significativamente grave e pericoloso per lo sviluppo economico di un paese. A tal proposito, la posizione dell’Italia appare critica. La seconda parte del lavoro, infatti, ha mostrato la scarsa attrattività dell’Italia come area di destinazione di investimenti da parte di imprese estere, anche e soprattutto nei confronti degli altri paesi europei sia sviluppati che emergenti. I dati raccolti, inoltre, evidenziano i forti squilibri interni al Paese, con la marginalità delle aree del Mezzogiorno, in cui scarseggiano sia i fattori di propulsione, che di attrazione degli IDE.
La presenza di IMN nel territorio ha un importanza notevole per lo sviluppo economico del Paese, in conseguenza della loro capacità nel creare occupazione, nel portare innovazione, nella formazione manageriale e nella crescita del sistema delle imprese. Non di secondaria importanza, inoltre, sono le esternalità e gli spillover che riescono a generare. Le IMN si radicano nel tessuto economico dei paesi ospiti e con la loro esperienza internazionale hanno una maggiore sensibilità nel cogliere le insufficienze dei singoli paesi.
La scarsa performance dell’Italia, quindi, sottolinea la presenza di importanti svantaggi nel territorio come l’inefficienza dell’appartato burocratico e del sistema legale, la mancanza di infrastrutture adeguate, la debolezza del sistema innovativo, i limiti nella disponibilità e nella formazione delle risorse umane, il costo elevato di alcuni servizi, la mancanza di una politica di incentivazione.
L’ultima parte del lavoro, appunto, analizza le determinanti che influiscono sulla posizione debole dell’Italia in termini di attrazione di investimenti esteri. Gli studi presentati evidenziano come le regioni italiane, ad eccezione della Lombardia, attraggono meno del loro potenziale e di altre regioni europee con caratteristiche simili. I confini nazionali non sembrano giocare un ruolo centrale nel definire le scelte di localizzazione delle IMN in Europa, tranne che nel caso dell’Italia che mantiene una sua peculiarità, cioè, solo per l’Italia si riscontra un “effetto Paese” che tende a deprimere l’attrattività di tutte le regioni italiane.
In primo luogo quindi, questo gap è causato da caratteristiche istituzionali del Sistema Italia, legate all’efficienza del sistema burocratico, al sistema giuridico e di tutela dei diritti di proprietà. In secondo luogo da caratteristiche regionali relative alla qualità del capitale umano, alle economie di agglomerazione, alla dotazione di infrastrutture, all’investimento in R&S. Inoltre, è opportuno evidenziare - visto il nostro sistema economico basato su PMI - come le piccole imprese scoraggiano gli investitori esteri che potrebbero essere meno attratti dalle piccole imprese, perché l’acquisizione o la fusioni con una società di piccole dimensioni possono essere meno redditizie, soprattutto per coloro che utilizzano l’investimento per espandere la quota di mercato o per appropriarsi e sfruttare avanzate tecnologie di proprietà di imprese già presenti.
In questo scenario di difficoltà, il Paese deve cercare di migliore i vari aspetti negativi che lo caratterizzano. Per far fronte a questo è necessario l’aiuto di tutte le forze economiche. Le imprese debbono ampliare la loro visione strategica e le istituzioni pubbliche devo raccogliere la sfida di una competizione globale.
L’Italia soffre ancora di una reputazione internazionale al di sotto delle reali opportunità che esso può offrire agli investitori. Il miglioramento di questa reputazione richiede un’azione organica e capillare di marketing del territorio in Italia e all’estero.
Il rilancio dell’attrattività del paese deve basarsi su interventi in grado di risolvere le criticità del “Sistema Paese” che limitano la competitività e la possibilità di crescita dell’economia locale, ostacolando l’afflusso di IDE.

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1 INTRODUZIONE Negli ultimi decenni l’economia mondiale è stata caratterizzata da una crescita sostenuta dei flussi di investimenti diretti esteri (IDE), subendo solo negli ultimi anni una flessione a causa dell’attuale crisi economico e finanziaria mondiale. Gli IDE - in questo continuo processo di globalizzazione - sono un importante elemento di sviluppo economico grazie alla capacità di tali investimenti di generare occupazione, di formare capitale umano, di incrementare le attività di ricerca e sviluppo, di migliorare la produttività di un territorio e di un settore di attività, di aumentare il livello di conoscenze tecnologiche, gestionali e organizzative (spillover). L’attrazione degli investimenti diventa, di conseguenza, un fattore importante per lo sviluppo economico di un paese. L’Unione Europea è diventata l’area in cui la concentrazione delle attività delle imprese multinazionali (IMN) è maggiore. L’Italia è rimasta esclusa da questo processo, attraendo una percentuale di IDE significativamente bassa rispetto agli altri Paesi europei. Vista l’importanza degli effetti degli investimenti di imprese estere, con questo lavoro si è cercato di approfondire la posizione dell’Italia all’interno dello scenario internazionale, cercando di evidenziare le determinanti che influiscono su questa scarsa performance. La prima parte del lavoro funge da introduzione generale sulle teorie della localizzazione attraverso una disamina degli approcci e una descrizione dettagliate dei modelli di vari studiosi. Si inizia con la teoria classica della localizzazione industriale di Weber, continuando con Moses, con il modello delle aree di mercato lineari di Palander, con il modello delle aree di mercato circolari di Losch ed infine con il modello di Hotelling. Infine, si concluderà con il modello di Krugman e il modello di Venables, appartenente ad una nuova corrente di pensiero, la New Economic Geography (NEG).

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Emanuele Caraceni Contatta »

Composta da 107 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.