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Valentiniano III e gli Unni

In questa tesi di laurea su Valentiniano III e gli Unni si intende trattare i rapporti fra l’impero romano d’occidente e la confederazione dei barbari guidata dagli Unni durante un arco di trent’anni, dall’incoronazione di Placido Valentiniano a Ravenna nel 425 d.C. alla sua morte nel 455 d.C. : in tale periodo la pressione barbarica sull’occidente raggiunse l’apice.
Per capire il succedersi degli eventi nel quadro storico, si dedica un primo capitolo alla ricostruzione dello stato romano nelle diverse componenti istituzionali e nei principali cambiamenti, nel corso della prima metà del V secolo.
Si cerca poi, in un secondo capitolo, di ricostruire il fenomeno dei popoli barbari, spinti da esigenze di migrazione a stanziarsi all’interno dei territori romani, posti sotto il dominio della corte di Ravenna: un ruolo preponderante ebbe proprio l’arrivo degli Unni nella pianura pannonica.
Nel terzo capitolo si rivolge l’attenzione alla figura dell’imperatore Valentiniano: le sue vicende, considerate nel contesto familiare e nel corso del periodo di governo, si collocano in due distinte fasi, nel periodo dal 425 al 438, quando l’imperatore era ancora minorenne e le sorti d’occidente vennero affidate principalmente all’Augusta, Galla Placidia, e nel periodo dal 438 al 455, in cui Valentiniano III detenne il potere a Ravenna.
Infine nel quarto e ultimo capitolo prima delle conclusioni, si affronta la complessa questione delle relazioni fra i Romani dell’impero d’occidente e gli Unni, nel loro svolgimento e nelle conseguenze, e immediate e a lungo termine, nella storia del mondo tardoantico

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1 1. – L’impero nell’età di Valentiniano III a. La Chiesa A partire dalla prima formulazione del concetto di tardo antico sta la definizione del periodo compreso fra i secoli III e VIII d.C. come caratterizzato da un acceso dibattito religioso e culturale, che fu alla base delle trasformazioni in atto in quel periodo1, ma sino all‘ascensione al trono di Valentiniano III a Ravenna, l‘esclusiva lealtà a un Unico Dio dei Cristiani - con il conseguente abbandono di tutte le antiche divinità - e l‘assetto della società incentrata sulla dicotomia fra cristiani e non-cristiani, erano concetti già asseriti tra coloro che professavano questa fede, ma costituivano una netta minoranza rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione che, ancora nel 425, rimaneva fedele al politeismo, e alle credenze a esso relative, con un mondo spirituale affollato d‘invisibili presenze2. Intorno all‘anno 400, i laici - e forse parte del clero - tendevano a definire per conto proprio un comportamento morale cristiano accettabile. Essi tolleravano con relativa indifferenza i rituali pubblici che si svolgevano nelle città, condividendo in buona parte la mentalità dominante che sottostava a quelle manifestazioni. L‘importante era non venire contaminati dal politeismo; per il resto, gran parte della vita pubblica dell‘impero sembrava innocua3. La rivoluzione dell‘amministrazione statale che aveva messo l‘autorità dell‘imperatore al servizio della Chiesa, aveva creato una nuova classe dirigente la cui cultura aveva però poco a che vedere col Cristianesimo. Essa doveva la propria coesione innanzitutto a rituali e tradizioni prese dal passato politeista. Gli status symbol attraverso cui l‘élite del tempo esprimeva il proprio dominio erano di un‘impressionante varietà, come i mosaici con motivi mitologici che ricoprivano le loro ville. Nuovi rituali cittadini celebravano il loro potere; poesie, scambi epistolari, panegirici 1 Brown 1971, pgg. 5-30. 2 Brown 1998, pg. 632. 3 Ibidem, pg. 659.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Francesco Coppola Contatta »

Composta da 184 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.