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Declinismo. Il dibattito sul declino degli Stati Uniti tra la fine della guerra fredda e l'inizio dell'era post-bipolare.

Informazioni tesi

  Autore: Luigi Serra
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Valter Coralluzzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 208

Il tramonto del sistema internazionale bipolare e della guerra fredda è stato nell’immediato descritto (come nel caso di una guerra combattuta) nei termini di un vinto (l’URSS) e di un vincitore (gli USA), ma non ha automaticamente portato a un nuovo ordine mondiale costruito sul (e dal) vincitore. Una testimonianza di questo esito incerto è costituita dal fermento accademico che si è creato di lì a poco sull’argomento: gli esperti di relazioni internazionali nel giro di pochi anni hanno fornito le interpretazioni più disparate sul futuro assetto del sistema e, soprattutto, sul futuro dell’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti.
In questo lavoro, mediante lo studio delle principali riviste specializzate americane e di numerose monografie, si è scelto di privilegiare le proposte interpretative degli studiosi che non hanno accolto la visione degli Stati Uniti come leader indiscussi destinati a un trionfale e lineare cammino, una volta sconfitto il rivale sovietico, in un sistema che si sarebbe presto adattato. Alcune opere pubblicate alla fine degli anni ottanta, definite semplicisticamente “decliniste”, individuavano delle pericolose linee di tendenza nell’America di Reagan; in particolare il crescente indebitamento e le ingenti spese militari che sottraevano risorse ad altri settori fondamentali per lo sviluppo del paese. The Rise and Fall of the Great Powers, il best seller dello storico di Yale Paul Kennedy (1987), è senz’altro l’opera che ha suscitato i dibattiti più accesi sul declino degli Stati Uniti negli anni a cavallo dello “spartiacque” della caduta del muro di Berlino. Accanto a una dettagliata analisi di studi come quello di Kennedy, questa tesi ha preso le mosse dalla rappresentazione che è stata data e dalle discussioni che hanno suscitato tali pubblicazioni. In sostanza elemento centrale è stato lo studio di un dibattito e del contesto storico e politico in cui si è sviluppato. Seguendo queste direttrici si è costruito un percorso che, partendo dagli anni ottanta, giunge al decennio successivo, caratterizzato da un assetto sistemico completamente mutato. Percorso in cui sono state enfatizzate le opinioni che individuavano aspetti potenzialmente forieri di declino per la superpotenza USA, nonostante fossero anni in cui si faceva largo l’idea di un definitivo trionfo americano.
Nel corso della trattazione è emersa innanzi tutto l’assenza di un’ampia condivisione sull’interpretazione del sistema internazionale. Anche le teorie basate su analisi più approfondite e “ragionate”, o che tentano di continuare ad applicare paradigmi che in passato hanno ottenuto un vasto riconoscimento, sono entrate in difficoltà una volta venuta meno la cornice bipolare. Gli analisti si sono dunque mossi in questi anni in un terreno paludoso, dato dalla velocità e imprevedibilità con cui si susseguono i fatti nel mondo post-bipolare.
In secondo luogo si è potuta constatare la mancanza di profondità di alcune delle interpretazioni che nell’immediato hanno ottenuto una grande popolarità (basti pensare alla celebre “fine della storia” di Fukuyama o allo “scontro delle civiltà” di Huntington). Ciò è dovuto allo sviluppo del “mercato delle idee” americano, per cui gli studiosi sono spinti a prendere un’idea grandiosa e semplificatrice e, incitati dal direttore della rivista, ingigantirla ancora di più. Se le proposte avanzate sono spesso provocatorie, bisogna comunque riconoscere che sono fondate sull’analisi di aspetti reali della condotta americana o della situazione mondiale. Magari questi aspetti sono piegati alle intenzioni dell’autore che quindi semplifica a piacimento la realtà, ma sono comunque portati all’attenzione dei policy makers e dell’opinione pubblica.
Un terzo importante aspetto. Sfrondando il contesto preso in esame dei toni eccessivamente accesi, si possono cogliere delle indicazioni negli scritti studiati, magari non così sconvolgenti come l’annuncio dell’approssimarsi della fine della storia, o del crollo dell’America, ma che aiutano a sintonizzare l’oggetto studiato con la concretezza delle scelte politiche. Le stesse opere e articoli sbrigativamente definiti declinisti contenevano in realtà alcuni spunti di notevole interesse rispetto alla politica americana di quel periodo e rispetto al sistema internazionale, considerato sostanzialmente tendente al multipolarismo. L’ascesa di nuove potenze, la necessità di solide basi interne senza le quali qualunque costosa iniziativa di politica estera sarebbe fortemente destabilizzante per il paese, ma anche l’arroganza e lo scarso rispetto per gli equilibri altrui che alienano il consenso internazionale, sono temi seri e decisivi. Rileggere le opere decliniste immergendole nel dibattito politico, può avere la funzione di “scovare” alcuni “errori” che hanno portato all’odierna difficile situazione per gli USA, senza necessariamente cadere nella tentazione di giungere alla conclusione sbrigativa che l’America è destinata ben presto a crollare.

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1 Introduzione La fine della guerra fredda ha portato alla fine di un sistema internazionale piuttosto rigido e stabile e, per questo motivo, chiaro da decifrare agli occhi degli studiosi. Il tramonto del confronto tra i due blocchi che, come nel caso di una guerra “combattuta”, è stato dai più dipinto nei termini di un vinto (l‟URSS) e di un vincitore (gli USA), non ha automaticamente portato a un nuovo ordine mondiale costruito sul (e dal) vincitore. Una testimonianza di questo esito incerto è costituita dal fermento accademico sull‟argomento: i politologi internazionali nel giro di pochi anni hanno fornito le interpretazioni più disparate sul futuro assetto del sistema e, soprattutto, sul futuro dell‟unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti. Questa tesi si propone di trattare, in un contesto ancora “disordinato”, le proposte interpretative degli studiosi che non hanno accolto la visione degli Stati Uniti come leader indiscussi destinati a un trionfale e lineare cammino, una volta sconfitto il rivale sovietico, in un sistema che si sarebbe ben presto adattato. Questi esperti, al contrario, individuavano nella situazione interna dell‟unica superpotenza e nella sua condotta internazionale, degli elementi di potenziale declino. È necessario però, fare preliminarmente qualche precisazione partendo dal titolo scelto. Il termine “declnismo”, che agli occhi dei più apparirà fantasioso, in realtà è la traduzione (utilizzata in diversi articoli e saggi usciti in Italia che si sono occupati direttamente o indirettamente dell‟argomento) di “declinism”, l‟etichetta attribuita in modo semplificativo, alla fine degli anni Ottanta, ad alcuni studi che individuavano delle pericolose linee di tendenza nell‟America di Reagan. Tutto ebbe inizio nel 1987 con la pubblicazione di un imponente lavoro di storia, The Rise and Fall of the Great Powers del professore di Yale Paul Kennedy1, un‟opera sull‟ascesa e declino delle potenze degli ultimi cinquecento anni che però racchiude, nell‟ultima parte, forti congetture sul declino dell‟ultima superpotenza, 1 Kennedy, P. (1987): The Rise and Fall of the Great Powers. Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000 [New York], Random House.

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