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Musica 2.0 - Come Internet ha cambiato il panorama della musica

“Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”
Antoine Laurent De Lavoisier

Parlare di Napster, di P2P o di iPod non è più una prerogativa di pochi addetti ai lavori. Questi tre vocaboli (ma potremmo citarne tanti altri), non sono termini appartenenti ad un lessico da smanettoni, cioè degli appassionati e maniaci delle tecnologie informatiche, ma sono anzi ormai entrati a far parte della nostra quotidianità a tal punto che tutti (o quasi) possono dire di avere un’idea, per quanto vaga sia, di ciò di cui stiamo parlando, quando li tiriamo in ballo. Sono i nomi che sintetizzano quella “rivoluzione digitale” della musica di cui tanto si sente parlare e si riferiscono, nell’ordine, ad un sistema di distribuzione di canzoni (Napster) che, trasformate in file leggeri e facilmente trasportabili all’interno delle cosiddette autostrade telematiche, vengono messe a disposizione degli utenti della rete per essere condivise (peer-to-peer (P2P), o file sharing) e ascoltate su un walkman digitale, (l’iPod), in grado di riprodurre i brani musicali così digitalizzati.
È soprattutto il discorso legato allo sviluppo di questi strumenti tecnologici, spesso esaltati per il loro valore simbolico, ad alimentare la discussione legata al generale destino dei contenuti culturali nell’era digitale. La transizione da “vecchi” a “nuovi” media viene spesso descritta in termini sensazionalistici e, soprattutto in riferimento alla musica, si è spesso parlato di come, la sua digitalizzazione, abbia fatto piazza pulita di quello che c’era prima, segnando il tramonto di un’epoca. In realtà, ciò che spaventa e fa parlare di “rivoluzione” è soprattutto la velocità con cui l’evoluzione del sistema dei media musicali sta trasformando il ruolo dell’industria musicale e di quelli che sono i suoi attori principali (discografia, artisti, media e pubblico). La musica digitalizzata, cioè tradotta nel linguaggio binario dei calcolatori, fa la sua prima comparsa negli anni ’80, con l’arrivo del cd, un nuovo formato di riproduzione musicale. L’arrivo di Internet è stato accolto dalle case discografiche come un nuovo medium, una vetrina in cui esporre i propri prodotti, sottovalutandone pesantemente la multimedialità e l’interattività, ovvero la possibilità di fruire di contenuti di natura e diversa e, cosa ancor più importante, su richiesta. Quanto a Napster, uno dei primi sistemi di file sharing, il suo avvento ha contribuito a rendere concreto quello che era (ed è) forse l’incubo peggiore per la discografia: l’accessibilità gratuita e senza il filtro delle case discografiche alla musica. La musica digitalizzata diventa un contenuto che viaggia liberamente in rete senza che gli aventi diritto, cioè musicisti e discografici che investono per crearla, possano ricavarne qualcosa. Questo secondo quel processo che Jones chiama “disintermediazione” (Jones, 2002). La discografia, con il supporto di alcuni artisti, come ad esempio i Metallica, ha cercato di combattere legalmente questi sistemi, fino a causarne la chiusura. C’è voluto del tempo perché anche la discografia si rendesse conto della risorsa che Internet avrebbe potuto rappresentare, in quanto canale alternativo attraverso il quale vendere musica nel nuovo formato, quello digitale, per l’appunto. Di qui l’arrivo sulla scena di sistemi di vendita online della musica e l’incredibile e capillare diffusione dei walkman digitali. Come già Bolter e Grusin, nella loro analisi Remediation (1999), avevano predetto, anche in campo musicale è avvenuta quella ri-mediazione per cui la musica viene riscritta, rimediata, nel nuovo formato digitale del sistema della comunicazione. La rete diventa così un nuovo spazio, una piazza virtuale in cui gli attori e i media della musica si ritrovano per elaborare, insieme, nuove possibilità di diffusione, rielaborando e, spesso, ibridando quelle precedenti. Parlare di rivoluzione, nel caso della musica digitale, è una semplificazione eccessiva. È certamente in atto un processo di cambiamento del quale non possiamo non tenere conto ma è eccessivo pensare che, di qui a qualche anno, quelli che sono gli attori industriali tradizionali e i loro modelli di business, scompaiano... (continua)

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Pagina | 1 Prefazione “Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma” Antoine Laurent De Lavoisier Parlare di Napster, di P2P o di iPod non è più una prerogativa di pochi addetti ai lavori. Questi tre vocaboli (ma potremmo citarne tanti altri), non sono termini appartenenti ad un lessico da smanettoni, cioè degli appassionati e maniaci delle tecnologie informatiche, ma sono anzi ormai entrati a far parte della nostra quotidianità a tal punto che tutti (o quasi) possono dire di avere un’idea, per quanto vaga sia, di ciò di cui stiamo parlando, quando li tiriamo in ballo. Sono i nomi che sintetizzano quella “rivoluzione digitale” della musica di cui tanto si sente parlare e si riferiscono, nell’ordine, ad un sistema di distribuzione di canzoni (Napster) che, trasformate in file leggeri e facilmente trasportabili all’interno delle cosiddette autostrade telematiche, vengono messe a disposizione degli utenti della rete per essere condivise (P2P, peer-to-peer, o file sharing) e ascoltate su un walkman digitale, (l’iPod), in grado di riprodurre i brani musicali così digitalizzati.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Arianna Ceccarelli Contatta »

Composta da 135 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.