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Iceberg: visibilità e invisibilità nei gruppi sportivi

I. Dal gioco creativo alla sua regolarizzazione
Il gioco comprende tante di quelle manifestazioni che sarebbe impossibile approfondire ognuna di esse senza accedere al rischio di escluderne aspetti essenziali. Per ciò che compete il nostro studio la prima cosa da fare è diversificare il gioco puro, tipico dei bambini, da quello competitivo che assume caratteristiche diverse. Huizinga (1939) separa nettamente la capacità del bambino di “allontanarsi dalla vita ordinaria per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria” , dal gioco “serio” dell’adulto, “da cui è svanita più o meno ogni disposizione ludica”. L’importanza di questa distinzione diviene chiara nel momento in cui proviamo a capire l’evoluzione che il gioco compie per arrivare ad essere definito competizione e quindi sport.

II. Le basi psicologiche del gioco
Iniziamo dicendo che la capacità di giocare presuppone componenti psichiche importantissime, quali l’interazione madre - bambino (Winnicott) e la costituzione del simbolo (Klein).
Winnicott (1971) parla del gioco come “spazio potenziale tra il bambino e la madre” , nella sequenza di rapporti in relazione con il processo di sviluppo. Esso si inserisce come capacità del lattante di relazionarsi con l’oggetto, capacità resa possibile dalla “madre sufficientemente buona” che rende reale ciò che il bambino è pronto a scoprire facendogli sviluppare quel “sentimento di onnipotenza “ che nasce da un adattamento quasi completo ai suoi bisogni e che gradualmente diminuisce a seconda della capacità del bambino che cresce di tollerare i risultati della frustrazione e del venir meno dell’adattamento. Ciò permetterà al bambino di sviluppare competenze relazionali avulse dalla primaria interazione con la madre. Da questa fase del gioco all’attività creativa il passo è breve.
Il secondo presupposto fondamentale del gioco, l’attività simbolica, viene utilizzata normalmente dalla psicoanalisi nello studio con bambini, M. Klein parte dal presupposto che il simbolismo mette il bambino in grado di trasferire non solo i suoi interessi, ma anche le fantasie, le ansietà e i sentimenti di colpa, su oggetti anziché su persone (M. Klein Nuove vie della psicoanalisi). In tal modo il gioco riesce ad essere utile perché consente una realizzazione cosciente facilmente analizzabile e ,allo stesso tempo, l’agire funge da valvola di sfogo delle quotidiane frustrazioni. Oltre a M. Klein anche M. Milner e H. Segal hanno approfondito l’utilizzazione di tecniche di gioco nella terapia con bambini, portando soprattutto nuovi spunti alla concezione del gioco come formatore di simbolo e come strumento terapeutico. Nell’accezione utilizzata, il termine simbolo consente di connettere strettamente le dinamiche emozionali con i processi cognitivi, divenendo esso stesso una tipica espressione del processo primario tendente alla gratificazione immediata, nella quale la carica psichica può essere spostata da un oggetto più ambivalente ad un altro più accessibile.
“Si potrebbe dire che il simbolo è un’idea cui è rimasto attaccato un affetto e che il gioco, in quanto rappresentazione simbolica, è teatro dei desideri”.
Questo studio vuole evidenziare la gradualità tipica dei giochi, che si muovono nella vita dell’individuo divenendo sempre più “sociali”.
Dapprima il gioco del bambino è, infatti, puro piacere e l’unica precondizione alla sua manifestazione è una situazione di protezione e di stimolazione garantita dagli altri membri della specie, che svolgono una funzione di allevamento. “E’ la madre che fornisce la cornice espressiva e di sicurezza entro cui la sua stimolazione e la risposta del piccolo possono assumere quelle caratteristiche note comunemente come gioco”.
In questo senso il primo passo per l’evidenziarsi dei fenomeni ludici, come già accennato precedentemente, viene fornito dal rapporto interattivo madre - bambino.

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3 Premessa I. Dal gioco creativo alla sua regolarizzazione Il gioco comprende tante di quelle manifestazioni che sarebbe impossibile approfondire ognuna di esse senza accedere al rischio di escluderne aspetti essenziali. Per ciò che compete il nostro studio la prima cosa da fare è diversificare il gioco puro, tipico dei bambini, da quello competitivo che assume caratteristiche diverse. Huizinga (1939) separa nettamente la capacità del bambino di “allontanarsi dalla vita ordinaria per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria” 1 ,dal gioco “serio” dell’adulto, “da cui è svanita più o meno ogni disposizione ludica” 2 . L’importanza di questa distinzione diviene chiara nel momento in cui proviamo a capire l’evoluzione che il gioco compie per arrivare ad essere definito competizione e quindi sport. 1 J., Huizinga(1939) Homo Ludens. Tr.it Il Saggiatore, Milano 1964, p.27. 2 Ibidem, p.282.

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Tiziana Cutrona Contatta »

Composta da 123 pagine.

 

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