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Ultimo viene il poeta. La mancata influenza di Henry Charles Bukowski Jr. in Italia.

Partendo dalla condizione generale della letteratura italiana degli ultimi cento anni, la tesi procede evidenziando i problemi della stessa...

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5 Storia di ordinaria provincialità. «In fondo basta andare a capo all’undicesima sillaba, e anche prima». E. Montale, Sulla poesia. Il 1975 è stato un anno importante per le patrie lettere. Non certo perché Bukowski venne per la prima volta pubblicato (e ignorato) in Italia, bensì per l‟assegnazione del Premio Nobel per le lettere ad Eugenio Montale e la morte di Pier Paolo Pasolini. Questi due eventi, estremi possibili della vita di uno scrittore, sembrano essere rappresentativi della contraddittorietà della letteratura italiana contemporanea, che, da una parte è oppressa dalla completa stagnazione (denotata dai continui rimandi a tradizione e canoni) nonché dai troppi “caporalati” di correnti e critica militante, dall‟altra cerca di uscire dall‟isolamento e dalla provincialità che la contraddistinguono. Montale e Pasolini dunque come estremi possibili del Novecento; il primo, ultimo grande poeta italiano, il secondo ultimo grande intellettuale e come tale devoto al rifiuto1. Entrambi, seppure con toni e stili diversi, riuscirono a diagnosticare il male oscuro della nostra letteratura: aporia. E‟ doveroso sottolineare che essi non furono, e presumibilmente non saranno, gli unici; di certo però lo fecero, avendo dalla loro parte due, tanto rare quanto essenziali, caratteristiche, ovvero talento nella creazione artistica e l‟essere outsider rispetto all‟establishment culturale. Senza clamore, con distacco ed ironia è possibile leggere nella raccolta di saggi, interviste, articoli e recensioni Sulla poesia2, le principali linee guida del pensiero critico di Montale, cosa che paradossalmente non era, e non è, possibile fare attraverso l‟opera poetica, visto l‟affanno degli specialisti, troppo occupati a redigere uno statuto epistemologico dell‟ermetismo per non affibbiargli poi un padre putativo: «non ho mai cercato di proposito l‟oscurità e non mi sento perciò molto qualificato a parlarvi di un supposto ermetismo italiano; dato che esista da noi, ed io ne dubito assai, un gruppo di scrittori che abbiano una sistematica non-comunicazione quale obbiettivo»3. L‟eleganza con cui Montale raggira la critica è di per sé poetica. Senza ovviamente generalizzare e ritenendola uno straordinario strumento di approfondimento, egli, che pure fu critico, si rese conto che l‟apparato meccanicistico da essa generato è del tutto autoreferenziale. In un momento storico e culturale, dove l‟artista entra in competizione con la globalizzazione e con l‟affermarsi dell‟industria culturale, il gigante4, inteso come grande autore, tende a scomparire a favore di una inevitabile frammentizzazione. Tanto più per la poesia, che «sta diventando un‟arte proprio nel tempo in cui l‟arte viene contestata e negata a vantaggio di altre produzioni umane: lo spettacolo, il gesto, la cifra, il cliché di pronto uso»5. Inoltre, all‟aumentare della produzione di poesia corrisponde una diluizione dei contenuti e un‟impossibilità di lettura e analisi di tutti i testi, di cui i poeti stessi diventano, gioco forza, giudici unici. D‟altronde, mettendo il naso un po‟ fuori dalle questioni nostrane, lo studioso inglese George Steiner parla già di un superamento intrinseco della critica, suggerendo 1 G. Zingari, Ontologia del rifiuto. Pasolini e i rifiuti dell'umanità in una società impura, Roma, Le Nubi, 2006. 2 E. Montale, Sulla poesia, Milano, Mondatori, 2002 (1976 ©). 3 Ibidem, pp. 558-9. 4 Ivi. 5 Ibidem, p. 590

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Roberto Di Pietro Contatta »

Composta da 45 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1023 click dal 18/05/2010.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.