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Prassi e contemplazione in Hannah Arendt

Il desiderio che anima questo lavoro di analisi critica è dare voce e prendere sul serio le parole che Hannah Arendt sceglie per ricapitolare il suo complesso itinerario filosofico-politico. Il centro della ricerca è la sua interpretazione della theoria e della praxis.
La Arendt si definisce sempre in negativo, manifesta il desiderio di sottrarsi alla trappola di un'identità codificata, rifiuta di riconoscersi in modo unilaterale in categorie e ruoli già fissati: nega di essere filosofa o politica di professione, dice di essere ebrea ma non sionista... Qual è il senso di queste appartenenze negate?Davvero non è nulla di questo?
A mio parere, presentando una definizione di sé non affermativa, vuole gettare uno sguardo interrogante sul senso stesso del filosofare e del fare politica.
Il suo obiettivo è quello di decostruire le tradizionali categorie della metafisica, dimostrare l'inconsistenza di quei pensatori puri che, chiusi nelle loro torri d'avorio, sono totalmente lontani dal reale e insieme recuperare il vero significato della politica, la libertà, ormai perso in un mondo segnato dall'incomprensibile esperienza dell'orrore dei totalitarismi, della Shoah e della bomba atomica.
Forse è proprio questo il filo rosso della sua riflessione: l'esigenza di una critica e di una reinterpretazione della dimensione pratica e contemplativa dell'esistenza.
Ciò costituisce un tentativo, filosofico, di mettere in discussione la filosofia stessa; cos'è infatti la filosofia se non problematizzazione dell'ovvio e invenzione del perché?
E' questa l'eredità di Socrate e Kant: un pensiero aporetico che rivela l'illusione del sapere. Nella Critica della Ragion pura, il filosofo prussiano ci mostra come la ragione possa erigere un tribunale a se stessa, inoltre, interpretando l'Illuminismo come uscita dell'uomo da uno stato di minorità intellettuale, nell'omonimo saggio, ci lascia il motto del sape aude!, abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
Il mio lavoro di ricerca vuole essere solo uno spunto di riflessione, un “esercizio di pensiero” certamente non esaustivo. E' impossibile infatti ripercorrere tutta la letteratura critica su Hannah Arendt, che in questo decennio si è moltiplicata a dismisura, in particolare oggi, in occasione del centenario della sua nascita.
Ho ritenuto importante, per una reinterpretazione del suo pensiero, analizzare anche opere inedite, quali Lectures on Kant's Political Philosophy (Teoria del giudizio politico) e Was ist Politik? (Che cos'è la politica?), in cui il suo pensiero è in itinere, recentemente assemblate e presentate al pubblico, per ricostruire gli scenari e le molteplici prospettive che esaltino la profondità del suo pensiero.

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1 Introduzione Il desiderio che anima questo lavoro di analisi critica è dare voce e prendere sul serio le parole che Hannah Arendt sceglie per ricapitolare il suo complesso itinerario filosofico- politico. Il centro della ricerca è la sua interpretazione della theoria e della praxis. La Arendt si definisce sempre in negativo, manifesta il desiderio di sottrarsi alla trappola di un'identità codificata, rifiuta di riconoscersi in modo unilaterale in categorie e ruoli già fissati: nega di essere filosofa o politica di professione, dice di essere ebrea ma non sionista... Qual è il senso di queste appartenenze negate?Davvero non è nulla di questo? A mio parere, presentando una definizione di sé non affermativa, vuole gettare uno sguardo interrogante sul senso stesso del filosofare e del fare politica. Il suo obiettivo è quello di decostruire le tradizionali categorie della metafisica, dimostrare l'inconsistenza di quei pensatori puri che, chiusi nelle loro torri d'avorio, sono totalmente lontani dal reale e insieme recuperare il vero significato della politica, la libertà, ormai perso in un mondo segnato dall'incomprensibile esperienza dell'orrore dei totalitarismi, della Shoah e della bomba atomica. Forse è proprio questo il filo rosso della sua riflessione: l'esigenza di una critica e di una reinterpretazione della dimensione pratica e contemplativa dell'esistenza. Ciò costituisce un tentativo, filosofico, di mettere in discussione la filosofia stessa; cos'è infatti la filosofia se non problematizzazione dell'ovvio e invenzione del perché? E' questa l'eredità di Socrate e Kant: un pensiero aporetico che rivela l'illusione del sapere. Nella Critica della Ragion pura, il filosofo prussiano ci mostra come la ragione possa erigere un tribunale a se stessa, inoltre, interpretando l'Illuminismo come uscita dell'uomo da uno stato di minorità intellettuale, nell'omonimo saggio, ci lascia il motto del sape aude!, abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Il mio lavoro di ricerca vuole essere solo uno spunto di riflessione, un “esercizio di pensiero” certamente non esaustivo. E' impossibile infatti ripercorrere tutta la letteratura critica su Hannah Arendt, che in questo decennio si è moltiplicata a dismisura, in particolare oggi, in occasione del centenario della sua nascita. Ho ritenuto importante, per una reinterpretazione del suo pensiero, analizzare anche opere inedite, quali Lectures on Kant's Political Philosophy (Teoria del giudizio politico) e Was ist Politik? (Che cos'è la politica?), in cui il suo pensiero è in itinere, recentemente assemblate e presentate al pubblico, per ricostruire gli scenari e le molteplici prospettive che esaltino la profondità del suo pensiero.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Cecilia Renzi Contatta »

Composta da 105 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 902 click dal 25/05/2010.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.