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La testimonianza del minore nel processo penale

Nell’ambito dei mezzi di prova, un particolare rilievo assume tradizionalmente la testimonianza che primeggia tra le fonti di convincimento del giudice, rappresentando sicuramente la prova statisticamente più frequente. Tale centralità risulta confermata indirettamente dalla collocazione della relativa disciplina nell’ambito del libro III del c.p.p e dal rilievo attribuito alla materia all’interno del libro VII del c.p.p dedicato al “Giudizio”. Tutti siamo consapevoli di quanto sia fondamentale l’escussione dei testimoni, momento in cui si innestano diverse fasi quali: l’attività percettiva, quella conoscitiva e rappresentativa, i processi della memoria, la dinamica affettiva e quella relazionale.

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Cap I 1. La testimonianza del minore nel diritto romano e nel diritto intermedio. Il diritto romano classico, nonostante ritenesse “testimonium usus frequens ac necessarius” e riconoscesse come fondamentale l’importanza della testimonianza quale mezzo per il raggiungimento del fine ultimo del processo, ossia la ricerca della verità, prevedeva una sorta di presunzione “iuris et de iure” di incapacità a testimoniare degli impuberi2.La frettolosa esclusione dal processo della testimonianza di questi soggetti piuttosto che la prudente valutazione di quanto da essi affermato si fondava su di un dato dell’esperienza popolare secondo il quale l’infima aetas sembrava la meno adatta a raccogliere e trasmettere precise percezioni e sicure rievocazioni3.Ogni volta che occorreva determinare nel giudice una convinzione per mezzo di testimoni, questi dovevano necessariamente meritare personalmente fede, in virtù della loro “capacità di intendere la verità” e della “buona volontà di comunicare e di deporre ancora, 2 Sulla incapacità a testimoniare degli impuberi v. F. GLUCK, Commentario alle Pandette, trad. ital., vol .XXII, Milano,1906, p. 506 ss; B. PELLEGRINI, voce testimonio e prova testimoniale(penale),in Dig. It., Torino, 1915, vol. XXIII, p.1405. Anticamente, il raggiungimento della pubertas, ossia della maturità sessuale, indicava automaticamente, almeno per i maschi, la fine del periodo infantile e, poiché il fattore biologico della maturità sessuale si faceva coincidere con il pieno sviluppo psichico e intellettuale, con il raggiungimento di questa si considerava il minore al pari dell’adulto, con la conseguente assunzione di tutti i diritti e i doveri implicati dal nuovo status. Sul punto, I.BAVIERA, Diritto minorile,I,Milano,1976,p.61; P. BONFANTE, Istituzioni di diritto romano,Torino,1946,p.55; L. DE CATALDO NEUBURGER, Analisi storico-giuridica del sistema e del processo penale minorile, in Crit. pen., 1990, p. 10 3 G. PUGLIESE, La prova nel processo romano classico, in Jus, 1960,p. 408, a proposito della incapacità ad essere teste, fa una sottile distinzione tra i testes agli atti solenni e i testes giudiziari e avverte come solo ai primi si riferiscono le disposizioni più antiche che escludevano dalla testimonianza, tra gli altri, gli impuberes. Cause di incapacità relative ai testi cd. giudiziari cominciarono ad essere introdotte nel periodo delle questiones. anche se quelle dovute alla pubertas avevano una lontana origine consuetudinaria.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Beatrice Cinnirella Contatta »

Composta da 110 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.