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Smarrimento identitario nel cinema di Sofia Coppola: segni, simboli, suoni, visioni


Essere figlio vuol dire essere portatore di uno sguardo e di un patrimonio sia biologico che semiotico del mondo che ci circonda. Entrare a far parte di un corpo che deriva da altri corpi: un riflesso, un collegamento temporale, una conferma del passato, una testimonianza per il presente e una speranza, a volte disattesa, per il futuro. In questo genere di narrazione prevale una considerazione che va ad intaccare qualcosa di enorme come il concetto stesso di società e luogo vitale: il figlio, in questo tipo di cinema, è il ponte che collega nel tempo le generazioni, oppure, più tragicamente, che spezza questa linearità temporale.
Sofia Coppola, figlia di Francis Ford, con Marie Antoniette conclude la sua personalissima e intelligente trilogia sull'argomento; l'intro è costituito da un piccolo cortometraggio, Lick the star, un vero e proprio preludio ad una riflessione "alt(r)a" sull'adolescenza.
Il mio lavoro di ricerca mette in luce la freschezza e la complessità che contraddistinguono l'adolescenza. In effetti, si può dire che tutto il cinema di Sofia Coppola, in modo molto originale, non parli d’altro.

È una lunga considerazione, probabilmente in parte autobiografica, sullo smarrimento giovanile (The Virgin Suicides) che diventa anche smarrimento topografico (Tokyo per Lost in Translation e Versailles per Marie Antoinette), familiare, identitario, sentimentale, esistenziale ed universale, perché perennemente percepito attraverso gli occhi di ragazze alle prese con il passaggio all’età adulta. Il mondo di dispersione, incomprensione e solitudine, profilato dalla giovane autrice, pur prospettandosi come metafora della condizione umana universale, rimane nella sua raffigurazione narrativa e iconografica un microcosmo virato in rosa, come esplicitato palesemente anche a livello cromatico nel capitolo che conclude la trilogia.

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Introduzione Essere figlio vuol dire essere portatore di uno sguardo e di un patrimonio sia biologico che semiotico del mondo che ci circonda. Entrare a far parte di un corpo che deriva da altri corpi: un riflesso, un collegamento temporale, una conferma del passato, una testimonianza per il presente e una speranza, a volte disattesa, per il futuro. In questo genere di narrazione prevale una considerazione che va ad intaccare qualcosa di enorme come il concetto stesso di società e luogo vitale: il figlio, in questo tipo di cinema, è il ponte che collega nel tempo le generazioni, oppure, più tragicamente, che spezza questa linearità temporale. Sofia Coppola, figlia di Francis Ford, con Marie Antoniette conclude la sua personalissima e intelligente trilogia sull'argomento; l'intro è costituito da un piccolo cortometraggio, Lick the star, un vero e proprio preludio ad una riflessione "alt(r)a" sull'adolescenza. Il mio lavoro di ricerca mette in luce la freschezza e la complessità che contraddistinguono l'adolescenza. In effetti, si può dire che tutto il cinema di Sofia Coppola, in modo molto originale, non parli d’altro. È una lunga considerazione, probabilmente in parte autobiografica, sullo smarrimento giovanile (The Virgin Suicides) che diventa anche smarrimento topografico (Tokyo per Lost in Translation e Versailles per Marie Antoinette), familiare, identitario, sentimentale, esistenziale ed universale, perché perennemente percepito attraverso gli occhi di ragazze alle prese con il passaggio all’età adulta. Il mondo di dispersione, incomprensione e solitudine, profilato dalla giovane autrice, pur prospettandosi come metafora della condizione umana universale, rimane nella sua raffigurazione narrativa e iconografica un microcosmo virato in rosa, come esplicitato palesemente anche a livello cromatico nel capitolo che conclude la trilogia. In The Virgin Suicides è il contesto familiare, la sua mancanza, o anche la sua estrema presenza, il nucleo da cui parte la riflessione di Sofia Coppola. Nel suo giardino descrive un contesto estremo, relazioni deviate e reazioni tragiche: l’interesse della regista è quello di raccontare il vissuto reale e immaginifico, onirico e sentimentale, ideale ed intellettuale di cinque giovani donne. Sempre qui è presente una vera e propria celebrazione del mondo, quel giardino appunto, complesso, segreto e misterioso delle vergini. Le eteree ninfe incarnate, 1

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Francesca Arangio Contatta »

Composta da 84 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2454 click dal 04/06/2010.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.