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Attraverso Leopardi: filosofia e poesia vie di conoscenza

Filosofia e poesia, con strumenti propri e diversi, sono due vie della conoscenza, perché entrambe tendono verso la scoperta dei rapporti tra le verità contraddittorie della realtà. Allora la grandezza, di poeta e filosofo, di Leopardi può aiutare nella messa a fuoco della portata di ciascuna di esse: è ciò di cui ci siamo occupati in questo lavoro. Lo studio sullo Zibaldone e sui Canti che viene sviluppato in queste pagine non mira, quindi, alla definizione di un giudizio critico dell’intera opera leopardiana. Quanto piuttosto ad utilizzare l’oggetto stesso dello studio, cioè il confronto tra filosofia e poesia di Leopardi, come strumento d’indagine sul movimento della conoscenza umana.
Una collaborazione tra filosofia e poesia non solo è possibile, ma necessaria, e la siamo andati a scorgere sulle tracce di alcune pagine zibaldoniane. Da esse (pagine filosofiche!) ci pare emergere un netto riconoscimento del primato gnoseologico della poesia, trainato dal potere conoscitivo della facoltà immaginativa (teoricamente ben individuato e riconosciuto) e del “sentire”. Nel processo conoscitivo l’immaginazione è assolutamente necessaria alla ragione perché le impedisce di diventare autoreferenziale e quindi le permette di restare aperta alla scoperta della totalità: per essere «veri e perfetti filosofi» è necessario esser poeti, perché la ragione per funzionare correttamente e quindi scoprire i rapporti tra le cose, ha bisogno dell’immaginazione, cioè di quella facoltà tipica del poeta che impedisce di decretare l’impossibilità di fare esperienza della soddisfazione piena del desiderio che abbiamo nel cuore (teoria del piacere). Non c’è dubbio che per il recanatese solo il sentire permetta un primo sguardo genuino sulla realtà, capace di restare agganciato al tutto; mentre l’uso esclusivo di una ragione «fredda» e «matematica» conduce ad un sapere parziale, disgregato, sganciato dalla totalità. La ragione ha bisogno dell’immaginazione, la filosofia della poesia.
Ma il linguaggio ha un limite intrinseco strutturale, quello di non riuscire a trattenere una parte cospicua della realtà, e precisamente quella più profonda, più vicina alla «persuasione», cioè quella parte che si sente prima di essere intesa. Nel cammino della conoscenza il pensiero logico sconta questo limite strutturale del linguaggio.
Ma tale limite lo sconta a maggior ragione la poesia, che ha proprio nel linguaggio e nell’espressione linguistica la sua natura; anch’essa, infatti, è una «lingua mortal» che quindi non può dire ciò che sente. Questo problema andrà inquadrato e risolto all’interno della più generale distinzione leopardiana tra parole e termini; da essa apparirà evidente che la lingua della poesia – che pure è costretta anch’essa nei limiti riconosciuti della verbalità umana – è più capace di quella filosofica di esprimere i lati profondi e nascosti della realtà. Entrambe sono costrette a scontare il limite della verbalità che gli impedisce di dire l’infinito, quella totalità verso cui sia filosofia che poesia anelano. Ma se da un lato la prosa terminologica fa chiudere in sistema lo slancio filosofico aperto sulla realtà che pure l’ha originato, dall’altro la poesia resta eternamente aperta, grazie alla capacità delle sue parole di sbatterci tra i vari livelli della realtà e di non far mai riposare le nostre idee, sempre sollecitate a interrogarsi sui propri oggetti. Entrambe si muovono alla ricerca di una totalità che la filosofia, nel tentativo di raggiungerla nel suo farsi forma, costringe continuamente nella morsa di un sistema, e che la poesia, nel suo farsi forma, ripropone sempre come l’unica cosa da conoscere. Nessuna delle due permette di raggiungere questa totalità, ma laddove la filosofia ci sgancia, la poesia invece ci tiene agganciati al “sentirla”, a sentire, cioè, ciò che ha originato entrambe. La poesia ha un primato gnoseologico nei confronti della filosofia perché si alimenta di ciò che le origina.
«Natura umana, or come,/ se frale in tutto e vile,/ se polve ed ombra sei, tant’alto senti?». Ogni cosa è contraddizione, ma la natura umana, nonostante tutto, sente «tant’alto» che non possiamo fermarci a contemplare passivamente questa contraddizione, ma dobbiamo penetrarla, penetrare fino al cuore della realtà alla ricerca dell’unità segreta che lega tutte le cose. Il primato della poesia da un punto di vista conoscitivo consiste quindi in questa riproposizione eterna del problema del senso profondo della realtà (delle parole, delle cose, di noi). La struttura umana, il suo limite («frale in tutto»), impone il riconoscimento del fatto che gli strumenti migliori da un punto di vista conoscitivo sono quelli che permettono di scoprire in maniera avventurosa come in ogni elemento della realtà, in ogni oggetto della natura, in ogni parola della lingua sia attivo il problema del «tant’alto», sentito, desiderato, anche-ora (e quindi sempre) “da conoscere”.

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1 Stupore e filosofia 1.1 Il problema dell’uomo: la conoscenza Lo stupore Che cosa sarà successo al primo uomo che ha visto sorgere il sole? Cosa abbiamo visto, sentito e pensato la prima volta che abbiamo assistito ad un’alba, che abbiamo visto la luce del sole diffondersi ancor prima che esso apparisse? Ci siamo stupiti. Lo stupore, meglio, l’esperienza dello stupore, è una caratteristica tipica dell’essere umano e consiste proprio nel desiderio di conoscere la causa di qualcosa di cui vediamo l’effetto. Sono i bambini, infatti, a stupirsi più di tutti e questo stupore produce il loro incessante chiedere “perché?”. All’esperienza dello stupore è legata quindi la segreta speranza di poter giungere a conoscere ciò che desidero sapere, di arrivare alla conoscenza di ciò verso cui il mio desiderio di conoscenza appena acceso tende, e cioè verso la causa che ignoro di un effetto che vedo. Il movimento della conoscenza umana è dunque legato all’esperienza dello stupore e l’esperienza dello stupore, appunto, è un’esperienza, è un fatto che accade nella vita, parte dall’incontro di un oggetto con uno dei nostri sensi, un incontro che produce un movimento del nostro desiderio. Il movimento della conoscenza umana – che è il movimento del nostro desiderio di sapere, capire, comprendere – è dunque legato all’esperienza dello stupore, e l’esperienza dello stupore ha origine in un incontro con la realtà in cui scopriamo la sua positività intrinseca, scopriamo il suo essere dato, creatura, effetto, di una causa che ignoriamo. La potenza di quello che chiamiamo stupore risiede infatti in questo: che questo sentimento ci aiuta più di ogni altra cosa ad accorgerci della natura della realtà (intendendo per realtà non semplicemente quella che ci sta di fronte, ma quella che ci comprende); e questo proprio per il fatto che nessuno può decidere di 3

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Andrea Carnevale Contatta »

Composta da 69 pagine.

 

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