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Il sublime fra passione e rappresentazione: da Longino a Burke

Informazioni tesi

  Autore: Manuela Conti
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Rita Messori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 292

Questo lavoro nasce dall’intenzione di approfondire un percorso iniziato in occasione della tesi triennale che verteva sull’“evidenza” della parola nella Poetica e nella Retorica di Aristotele, sulla capacità della metafora di riportare le cose alla presenza, di mostrarle davanti agli occhi e di renderle visibili attraverso un linguaggio che era diventato per l’uomo greco il mezzo privilegiato per comunicare i propri pensieri e le proprie passioni. Nella dinamica fra enàrgheia ed enèrgheia si giocava tutta la complessità dell’evidenza: la prima infatti garantiva la chiarezza dell’apparizione, l’efficacia visiva della rappresentazione, restituiva concretezza e realtà al discorso; la seconda invece donava quella forza e quel vigore necessari a dare movimento, attualità e presenza al linguaggio. La parola, andando ben oltre la sua pura funzione linguistica, era caricata di implicazioni etiche, gnoseologiche, psicologiche, ontologiche, ma soprattutto estetiche. L’arte del discorso, poetico e retorico, divenne così il luogo in cui la parola poteva dispiegare il proprio potenziale di visualizzazione del mondo, in particolare di quello umano.
Ciò che questa tesi si propone di analizzare è il rapporto fra il linguaggio ed una sua speciale modalità espressiva: il Sublime. Mi pare che un legame fra tecnica dell’evidentia e linguaggio sublime possa essere individuato nell’“efficacia”, in quanto presa che può avere il componimento poetico sul fruitore sconvolto dall’esperienza patica della poesia. Una passione che aveva innescato nella catarsi aristotelica un processo di trasformazione e di elevazione. Credo che nel sublime possa ben ritrovarsi quel rapporto tra passione e parola che lo stesso Aristotele aveva già delineato. Tale rapporto può costituire il momento privilegiato di una “estetica del linguaggio” che della parola predilige l’aspetto immaginativo ed espressivo.
Se la cultura greca vede nel sublime l’apice formale della lingua, esso dimostra di non essere soltanto un fatto di stile, ma anche e soprattutto espressione. La forma del sublime non può infatti essere scissa dal suo contenuto. Se sublime è uno stile elevato, elevato è anche il pensiero di cui è manifestazione, così come elevata è l’esperienza che lo precede. Tenterò di mostrare come la questione del linguaggio permane anche nel Settecento, cioè nel passaggio dalla tradizione retorica alla tradizione estetica: la componente linguistica non scompare, nemmeno quando si tenta di prenderne le distanze. Ho dunque preferito insistere sugli elementi di continuità rispetto a quelli di rottura (su cui gli studiosi tendono solitamente a soffermarsi), sottolineando un recupero critico piuttosto che una radicale cancellazione della tradizione.

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Introduzione Questo lavoro nasce dall’intenzione di approfondire un percorso iniziato in occasione della tesi triennale che verteva sull’“evidenza” della parola nella Poetica e nella Retorica di Aristotele, sulla capacità della metafora di riportare le cose alla presenza, di mostrarle davanti agli occhi e di renderle visibili attraverso un linguaggio che era diventato per l’uomo greco il mezzo privilegiato per comunicare i propri pensieri e le proprie passioni. Nella dinamica fra enàrgheia ed enèrgheia si giocava tutta la complessità dell’evidenza: la prima infatti garantiva la chiarezza dell’apparizione, l’efficacia visiva della rappresentazione, restituiva concretezza e realtà al discorso; la seconda invece donava quella forza e quel vigore necessari a dare movimento, attualità e presenza al linguaggio. La parola, andando ben oltre la sua pura funzione linguistica, era caricata di implicazioni etiche, gnoseologiche, psicologiche, ontologiche, ma soprattutto estetiche. L’arte del discorso, poetico e retorico, divenne così il luogo in cui la parola poteva dispiegare il proprio potenziale di visualizzazione del mondo, in particolare di quello umano. Ciò che questa tesi si propone di analizzare è il rapporto fra il linguaggio ed una sua speciale modalità espressiva: il Sublime. Mi pare che un legame fra tecnica dell’evidentia e linguaggio sublime possa essere individuato nell’“efficacia”, in quanto presa che può avere il componimento poetico sul fruitore sconvolto dall’esperienza patica della poesia. Una passione che aveva innescato nella catarsi aristotelica un processo di trasformazione e di elevazione. Credo che nel sublime possa ben ritrovarsi quel rapporto tra passione e parola che lo stesso Aristotele aveva già delineato. Tale rapporto può costituire il momento privilegiato di una “estetica del linguaggio” che della parola predilige l’aspetto immaginativo ed espressivo. Se la cultura greca vede nel sublime l’apice formale della lingua, esso dimostra di non essere soltanto un fatto di stile, ma anche e soprattutto espressione. La forma del sublime non può infatti essere scissa dal suo contenuto. Se sublime è uno stile elevato, elevato è anche il pensiero di cui è manifestazione, così come elevata è l’esperienza che - 3 -

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