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Nuovi orizzonti educativi: essere corpo

Il mio lavoro nasce con l’intento di affrontare una tematica da tempo molto discussa soprattutto in campo filosofico-pedagogico: la dialettica costante tra l’ESSERE CORPO O AVERE CORPO.
ESSERE CORPO significa vivere la globalità del proprio essere, usare il corpo non solo come mezzo per presentarsi al mondo esterno ma come effettivo strumento di comunicazione. I bambini, a prescindere dalla cultura in cui crescono, vivono completamente questa concezione del corpo. Un corpo che gli serve per entrare in contatto con la realtà, per scoprirla e conseguentemente per scoprirsi
Il polo opposto, purtroppo sempre più enfatizzato nelle ideologie di pensiero e nelle pratiche educative di parte del mondo Occidentale, sta invece nella concezione di AVERE CORPO.
AVERE CORPO significa indossare il corpo come un qualsiasi capo d’abbigliamento, da usare esclusivamente come maschera per presentarsi in un certo modo al mondo esterno. L’avere un corpo è una concezione di pensiero che nella cultura occidentale sarebbe il risultato di una logica disgiuntiva la quale ha preso vita dalla concezione platonica della realtà, consolidata poi dalla separazione netta tra res cogitans e res exentsa elaborata da Cartesio. Nasce in questo modo, una considerazione dell’Io come entità esclusivamente pensante, distinto dal corpo che diventa, anche per la stessa scienza occidentale, una somma di parti senza interiorità. Il corpo perde così il suo discorso naturale; svuotato del suo vissuto, considerando anche la realtà contemporanea che lo rende puro oggetto di mercato. Diventa sempre più difficile poter sentire effettivamente il proprio corpo e ritrovare l’equilibrio unitario con cui era nato. Questa logica di pensiero così caratterizzata, viene messa in evidenza anche nelle modalità di parenting adottate dai genitori di molti paesi occidentali.
Dai diversi studi che si sono susseguiti nel corso degli anni, una costante riscontrata, che caratterizza l’obbiettivo primario di qualsiasi stile educativo adottato dai genitori di tutto il mondo e ribadita anche dall’OMS in “Maternal Care and Mental Healt”, è l’agire per la tutela e per la salvaguardia fisica e psichica del bambino. Le differenze emerse sembrano invece favorire lo sviluppo di una concezione globale del sé, ESSERE CORPO, o al contrario, stimolare da subito ad uso puramente materiale/oggettuale del corpo, AVERE CORPO.
Già nel 1978, Montagnù, aveva dimostrato come si possano riscontrare stili educativi volti ad un maggior contatto nelle relazioni madre/bambino, in molti paesi orientali.
Anche in anni più recenti le ricerche sul tema, hanno messo in evidenza come le mamme della gran parte dei paesi orientali stimolino il bambino al contatto con il proprio corpo e non usano parlare con il linguaggio tipico degli adulti, verbale, bensì lo stimolano alla creazione di una specie di danza naturale dove il ritmo e le modalità d’espressione sono scelte direttamente dal bambino. Mettersi dalla parte del bambino e adattarsi al suo modo di vivere e di scoprire le cose, può essere possibile solo se si riacquista una completa padronanza di sé.
Questo lavoro di ricerca lancia proprio questa proposta: ritrovare il contatto originario, naturale, con il proprio corpo per potersi così effettivamente aprire all’altro, al diverso.
Questo è l’insegnamento che si propone di adottare una nuova pedagogia che ristrutturi dalla base la trasmissione del sapere, nelle scuole, e che prenda spunto dalla filosofia di pensiero che caratterizza l’Oriente.
L’idea nasce dalla semplice consapevolezza che per potersi realmente avvicinare ad un’altra persona e per poterla conoscere, bisogna in primis conoscere sé stessi e fintantoché ci si ostina a costruirsi un’immagine di sé riflessa esclusivamente nella mente e non ancorata alla realtà della propria corporeità, questo non sarà completamente possibile.

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3 INTRODUZIONE “ Noi siamo ben oltre le parole” (NIETZSCHE F.) Il mito di Narciso che non riesce a staccarsi dall’immagine della sua bellezza riflessa nelle limpide acque dei ruscelli, ci insegna che lo specchio è in grado di restituirci l’immagine di noi stessi in cui riconoscerci. Ma come Narciso dobbiamo imparare che l’immagine corporea reclama una penetrazione più profonda, uno sguardo che abbracci tutta la persona. Narciso era bellissimo, ma senza saperlo. La dea Némesi, per vendicare la ninfa Eco, respinta da Narciso, un giorno lo condusse fino a delle acque che riflettevano la sua immagine come uno specchio. Narciso, che non si era mai visto, vinto dall’ammirazione per l’immagine riflessa, non se ne poté più staccare e morì consunto. Prima di specchiarsi era un corpo senza immagine inconsapevole della propria visibilità ora, è un’immagine senza corpo, talmente catturata da se stessa da essere incapace di amare. Ciò è dovuto a quella ambivalenza del corpo, definita dai filosofi “la dialettica tra essere-corpo e avere- corpo”. Siamo un corpo e abbiamo un corpo, ma non ci riconosciamo solo nel nostro essere-corpo e il nostro avere un corpo non è come il possesso di un oggetto. Se avere un corpo significa essere visibili ed essere guardati, essere corpo invece reclama che questo sguardo riconosca la realtà della persona tutta intera e non si limiti soltanto alla sua immagine corporea. Questa è la tematica affrontata in questa tesi: la dialettica tra l’essere un corpo o l’avere un corpo. Le radici dell’uomo risiedono nel suo corpo e l’intera “esperienza umana oscilla continuamente tra la sensazione di avere un corpo e quella di essere il nostro corpo”

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Sarah Chreyha Contatta »

Composta da 37 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.