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Risultati e aspetti metodologici delle principali ricerche nel campo della Happiness Economics

Informazioni tesi

  Autore: Katia Casasole
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Francesco Scacciati
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 182

La felicità delle persone, dopo esser stata al centro dell'interesse degli economisti italiani della Scuola della Pubblica Felicità e degli economisti utilitaristi, è stata estromessa dall'agenda degli economisti quando, nel 1920, Pigou sostenne che i cambiamenti nel benessere sociale si associano ai cambiamenti nel benessere economico: è allora che il concetto di felicità lascia il posto a quello di benessere e questo, ossia con la ricchezza materiale, diventa l'unica via possibile per accedere alla felicità.
Nonostante gli elevati tassi di crescita economica che hanno caratterizzato molti paesi negli ultimi cinquant'anni, diverse fonti indicano che le persone non sono diventate più felici. Il punto di partenza della tesi è il saggio dell'economista statunitense R. Easterlin Does Economic Growth Improve the Human Lot? del 1974. Easterlin ha evidenziato il così detto “paradosso della felicità” in riferimento ai paesi sviluppati: si tratta dell'inatteso andamento di un indice di benessere soggettivo medio ottenuto con interviste, il quale anziché aumentare insieme al reddito pro capite, come la teoria predice, rimane costante o cresce in modo incerto o addirittura diminuisce. Tale paradosso ha dato l'impulso alla revisione del tradizionale assunto economico per il quale l'aumento della ricchezza è sufficiente a garantire un aumento della felicità. Da allora le numerose indagini sulle cause della felicità stanno rompendo quegli argini che, dopo l'Illuminismo, hanno reso l'economia una disciplina incentrata sugli aspetti materiali della vita delle persone e delle società, impedendole di comprendere e descrivere i fenomeni sociali nella loro complessità. Gli economisti della felicità sembrano voler uscire dall'isolamento di una disciplina che per decenni ha utilizzato i metodi delle scienze naturali e accolgono i contributi della psicologia, della sociologia, della scienza politica, della filosofia, in uno sforzo proiettato verso una scienza sociale che sia frutto di apporti provenienti dalle diverse discipline e che conduca a una nuova e migliore comprensione degli individui e delle società.
I risultati conseguiti da questo recente campo di ricerca evidenziano che il benessere economico e la felicità non coincidono: il reddito è una componente della felicità degli individui, ma è ben lungi dall'esserne l'unica componente. Fattori riferiti alla personalità, fattori socio-demografici, fattori con risvolti economici (lo stato di disoccupazione, l'inflazione, le ineguaglianze economiche, etc.), le relazioni interpersonali, il capitale sociale, il contesto politico-istituzionale, i servizi pubblici, il tempo libero, le condizioni dell'ambiente naturale, sono tutti fattori che influiscono sulla felicità delle persone: il benessere è un concetto multidimensionale e il reddito, il consumo e il benessere materiale sono solo alcune delle sue componenti.
Dal lavoro pionieristico di Easterlin, un numero sempre crescente di economisti si è occupato di benessere individuale. Chiedere alle persone se stanno davvero meglio con più reddito comporta una seria considerazione della dimensione soggettiva e ciò, secondo L. Bruni, sembra essere “un passo avanti significativo nell'umanizzazione della scienza economica”. Emerge allora che se per i paesi poveri il maggior reddito è senz'altro un modo per favorire una maggior felicità, oggigiorno ciò sembra non essere vero per i paesi avanzati. I soldi fanno la felicità? Sì, finché i redditi sono bassi, ma la correlazione positiva scompare da un certo livello di reddito in poi; e tale livello non è certo molto alto… (ben più basso del reddito pro capite italiano, tanto per fare un esempio).
Gli studi sui quali la tesi si basa indicano la necessità di un serio ripensamento del modello dell'homo oeconomicus e l'adesione della scienza economica a una prospettiva più realistica e complessa al contempo: l'agire umano non è riducibile esclusivamente al calcolo razionale teso alla soddisfazione del proprio egoistico interesse, perché, nelle parole di Spinoza, “nulla è più utile all'uomo che l'uomo stesso”.
Il campo “allargato” di indagine dell'economia della felicità ha delle importanti conseguenze sulla valutazione di quali siano le migliori politiche socio-economiche: l'aumento della ricchezza e la crescita economica non possono più essere gli esclusivi obiettivi delle politiche pubbliche e le condizioni che favoriscono la felicità dei cittadini dovrebbero diventare il fulcro dell'interesse dei decisori politici. In questo quadro si inserisce l'esposizione attorno al recente e crescente interesse per gli indicatori di misurazione del benessere delle società da parte di alcuni scienziati sociali, i quali ritengono che il prodotto nazionale lordo e il reddito pro capite forniscono una rappresentazione solo parziale, quando non distorta, delle condizioni di benessere dei cittadini di una nazione.
Una nuova epoca sembra essere stata inaugurata nella scienza economica.

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