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Rapporto tra cultura contadina e grande madre nell'analisi di un piccolo centro in fase di transizione

Informazioni tesi

  Autore: Giorgio Milita
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1992-93
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Aldo Carotenuto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 37

Questo lavoro è volto all'analisi del rapporto tra cultura contadina e Grande Madre, in un piccolo centro come Cori che, trovandosi in una fase di transizione, permette di osservare in modo diretto le dinamiche implicate: ed in particolare quelle inerenti la figura del 'figlio', inteso come persona incapace di individuarsi, divorato dalla propria dipendenza da una cultura arcaicamente staticizzante come quella rurale.

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CENNI GENERALI SU CORI Cori sorge su di una collina, a 401 m. di altezza, con a nord la fascia protettiva dei Monti Lepini e affacciandosi verso sud sulla Pianura Pontina, dove all'orizzonte si unisce al mare. L'anno di fondazione risale all'incirca al 1400 a.c., ma le sue origini si perdono nel leggendario; uno dei pochi cronisti locali, di epoca medievale, indica Dardano come fondatore della città, per darle lustro, e successivamente restaurata da un certo Corace che: ".....scortò lo nome e nominolla Cora!". Fonti più autorevoli, in merito al nome, ipotizzano che derivi dal latino 'corax', cornacchia, uccello che fino a non molto tempo fa era molto diffuso nel territorio corese; per quel che attiene alla presente disamina, appare di notevole rilevanza la seguente equazione: Cori = Cora = Core = Kore, simbolo della fertilità femminile del mondo vegetale. A dare ulterior peso a tale equazione è il corrispettivo termine greco del suddetto latino 'corax': precisamente 'kor'. Certo è che risulta improbabile stabilire con esattezza l'anno di fondazione e ad opera di chi. Dalle vecchie vestigia ancora miracolosamente visibili, scampate per errore di calcolo o di vista alla mania 'cementizia' dei più disparati assessori comunali all'urbanistica degli ultimi quarant'anni, si direbbe essere Cori d'origine greco/latina: tipica struttura 'polis', con tanto di acropoli e mura poligonali. Alcuni rilievi archeologici curati dall'Intendenza delle Belle Arti negli anni '60 indicano possibili influenze etrusche e volsce. Notizie propriamente storiche su Cori si hanno a partite dal 600/700 a.c., ad opera di storici latini, circa la Lega Latina, di cui Cori faceva parte, e le varie guerre che questa mosse contro Roma. Il nome di Cori o meglio, come storicamente chiamata, di 'Cora' si ritrova in vari scritti di autorevoli letterati e storici latini, tra cui Catone il Vecchio: ".....secondo cui il sacro bosco fu dedicato a Diana da un certo Egerio Bebio o Levio di Tusculo, dittatore latino, per incarico degli abitanti di Tuscolo, Aricia, Lanuvio, Laurente, Cora, Tivoli, Pomezia e Ardea." [James G. FRAZER: 'Il ramo d'oro' - Boringhieri, Torino, 1981 - pag. 14]. Le ragioni di questo parlare di Cori, all'epoca chiaramente, possono essere fondate sullo spirito battagliero del popolo corese, storicamente testimoniato e ancor vanto del cittadino tipico. Un'analisi superficiale di questa storica animosità corese condurrebbe di certo fuori strada, perché a ben guardare tale bellicosità non ebbe mai un carattere eroico, proiettata verso dimensioni di conquista e di espansione sul 'nuovo', ma sempre mirata alla difesa, al mantenimento del 'conosciuto'. Invece fu proprio grazie al 'nemico', a Roma, che Cori ebbe una certa notorietà. Primo perché, per propria collocazione geografica, Cori era meta di chiunque proveniente da Roma fosse diretto a sud, sia che percorresse la via pedemontana Cori-Segni o l'analogo tracciato che partiva da Velletri, in quanto era l'unico tramite per oltrepassare la palude pontina. Secondo perché, la mitezza del clima e la particolare bellezza naturale del posto, invogliò alcuni nobili romani, tra cui (più leggenda che storia) l'imperatore Nerone, a trascorrervi alcuni periodi dell'anno. Ciò comportò l'edificazione di splendide opere ad uso privato e pubblico, come il Tempio d'Ercole (82-79 a.c.), uno dei pochi templi ancora visibili in Italia in puro stile dorico (e per questo abusato simbolo della città, dalle bustine in cellophan dei fornai alle copertine delle opere degli scrittori locali). Lo storico locale Sante Laurienti, nella sua 'Historia Corana', scrive che Cori, all'epoca della sua fama, contasse nelle sue mura ben nove templi: di Ercole, di Castore e Polluce, di Giano, di Diana e Fortuna, di Apollo ed Esculapio, di Venere, di Cerere e Bacco, di Eolo, e del Sole. Di questi, i primi tre sono tutt'ora visibili, degli altri sembra essersene persa traccia dato l'uso in epoche successive di celare sotto o dentro le opere sacre quello che di pagano fosse ancora in piedi dopo le dovute depredazioni. Come già accennato, l'emblema storico-erioco di Cori è il Tempio d'Ercole, o meglio il solo pronao che è quel che ne rimane, posto in cima alla collina ed orientato verso la Pianura Pontina, dove lo sguardo si proietta verso il mare, il cui accesso all'epoca era quasi del tutto interdetto dalla palude. Stante ad alcune rilevazione effettuate un trentennio fa, sembra che, come riporta Paola Vittucci nel suo 'Cora', poco distante dal basamento del tempio e leggermente più in alto, si trovi un altro basamento di un precedente tempio, dedicato ad una divinità femminile, probabilmente Minerva per gli esperti delle Belle Arti. Oltre che la centralità storico-logistica, anche il culto della divinità sarebbe così dubbio: infatti sembra che il tempio fosse dedicato più ad una deità femminile che maschile ed il nome di 'Ercole' sia stato assunto e mantenuto più per tradizione popolare che per testimonianza storica. La statua di Minerva collocata al Campidoglio proviene dalla vecchia chiesa che era stata edificata sul Tempio d'Ercole e distrutta da un bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale. Forse il più antico tempio di Minerva può essere andato distrutto per chi sa quale causa e successivamente riedificato poco distante. Tale ipotesi è suffragata dal fatto che il culto di questa divinità fosse molto diffuso e avesse carattere centrale in tutte le città latine.

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Parole chiave

grande madre
erich neumann
cultura contadina
cultura rurale
psicologia dinamica

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