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La prospettiva di un corpo civile di pace nazionale

Informazioni tesi

  Autore: Anna Bertolini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Antonino Papisca
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

Lo scopo di questa tesi è di evidenziare, come, alla luce dell’evolversi del nuovo Diritto Internazionale, si sia cominciato a discutere riguardo alla possibilità di prevedere un intervento, pre- e post-conflitto, da parte di civili. Membri della società civile che andrebbero ad affiancare, come componente autonoma, il personale delle Organizzazioni Internazionali, che già operano nelle aree di conflitto. Puntare alla creazione di un Corpo Civile di Pace, non significa eliminare la componente militare, ma far sì che questa sia subordinata al potere politico e che sia modificata la formazione del personale militare in linea con il nuovo Diritto Internazionale dei diritti umani.
Questa riflessione si basa sui principi del nuovo Diritto Internazionale introdotto per la prima volta nel 1945, con la Carta delle Nazioni Unite alla quale sono seguiti molti documenti internazionali, che pongono al centro del diritto non più lo Stato, ma , l’essere umano, fonte di diritti inalienabili ed indivisibili. L’assunto cardine diventa l’inviolabilità della vita e della dignità umana, dal quale consegue il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie e la ricerca di soluzioni pacifiche del conflitto e qualora possibile, una prevenzione dello scoppio delle violenze. A questo si aggiunge anche un’interpretazione estensiva dell’art. 28 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, il quale asserisce la necessità di garantire a tutti un ordine sociale ed internazionale in cui si possano realizzare i diritti e le libertà presenti nella Dichiarazione. Si parla dunque di pace positiva, non solo più assenza di guerra, ma della creazione di una situazione nuova, stabile, basata sul rispetto dei diritti umani universalmente riconosciuti.
A questo proposito nell’elaborato si analizzerà anche il passaggio dalla State Security a quella della Human Security la quale parte dal presupposto che nel tempo si è assistito ad una trasformazione del conflitto.
Nasce cosi la necessità di ipotizzare un corpo diverso rispetto agli eserciti tradizionali, che operi mediante l’approccio della nonviolenza. Il primo tentativo della storia operato in questa direzione fu realizzato da Gandhi, il quale aveva ipotizzato la creazione di un “Esercito di Pace” (Shanti Sena), nuclei di persone preparate all’intervento nonviolento che lavorino per la prevenzione ed il superamento dei conflitti armati, che sarà realizzato dai suoi seguaci. (Vinoba, J.P. Narajan).
L’analisi prosegue poi a livello internazionale parlando dei White Helmets, gruppi nazionali di volontari a supporto delle missioni delle Nazioni Unite per poi soffermarsi sui documenti relativi ai difensori dei diritti umani.
Un dibattito più approfondito è stato svolto sicuramente all’interno dell’Unione Europea, dove già dal 1995, si è cominciato ad ipotizzare la creazione di un Corpo Civile di Pace Europeo, su proposta dell’allora europarlamentare Alexander Langer. Da quella data sono stati condotti molti studi di fattibilità e approvati molti documenti, ma per ora sul piano istituzionale si è fermi alla teoria. Risultano, invece valide le esperienze condotte a livello nazionale, basti citare il caso della Germania, dove troviamo un primo tentativo di cooperazione tra il governo e le associazioni, lo ZFD (Ziviler Friedensdienst, German Civil Peace Servie).
Infine si prenderà in considerazione la situazione italiana, partendo dai riferimenti giuridici all’interno dei quali collocare il nostro studio, primi fra tutti quelli contenuti nella Costituzione Italiana, per poi analizzare le esperienze del servizio civile internazionale (Caschi Bianchi), delle Ambasciate di Pace, esperimenti di diplomazia popolare e di alcune associazioni di volontariato che operano nel conflitto, come l’Operazione Colomba (Corpo di Pace dell’Associazione Comunità Papà Giovanni XXIII). Tutto questo risulta utile al fine di comprendere se sussistano o no i presupposti per l’istituzione a livello nazionale di un Corpo Civile di Pace.
Non resta dunque che richiamare l’attenzione delle istituzioni affinché si impegnino concretamente nell’istituzionalizzazione dei Corpi Civili di Pace, dotandoli di congrue risorse finanziarie e riconoscendone il lavoro a favore della pace.

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4 INTRODUZIONE Lo scopo di questa tesi è di evidenziare come, alla luce dell’evolversi del nuovo Diritto Internazionale, si sia cominciato a discutere riguardo alla possibilità di prevedere un intervento, pre- e post-conflitto, da parte di civili. Membri della società civile che andrebbero ad affiancare, come componente autonoma, il personale delle Organizzazioni Internazionali, che già operano nelle aree di conflitto. Puntare alla creazione di un Corpo Civile di Pace, non significa eliminare la componente militare, ma far sì che questa sia subordinata al potere politico e che sia modificata la formazione del personale militare in linea con il nuovo Diritto Internazionale dei diritti umani. Questa riflessione si basa sui principi del nuovo Diritto Internazionale introdotto per la prima volta nel 1945, con la Carta delle Nazioni Unite alla quale sono seguiti molti documenti internazionali, che pongono al centro del diritto non più lo Stato, ma l’individuo, l’essere umano, soggetto originario di diritti inalienabili ed indivisibili. L’assunto cardine diventa l’inviolabilità della vita e della dignità umana, dal quale conseguono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, la ricerca di soluzioni pacifiche del conflitto e la prevenzione dello scoppio delle violenze. A questo proposito nell’elaborato si analizzerà anche il passaggio dalla State Security a quello della Human Security il quale parte dal presupposto che nel tempo si è assistito ad una trasformazione del conflitto, sia delle sue cause, sia del suo manifestarsi. Risulta evidente quindi l’importanza di non considerare solamente il conflitto, come conflitto tra Stati, violazione quindi della sovranità statale, ma anche come violazione sistematica di uno o più diritti fondamentali dell’essere umano. La razionalità, supportata dal riferimento all’ordinamento internazionale ed ai valori su cui si basa o si dovrebbe basare, la Comunità Internazionale viene meno, per lasciare il posto ad iniziative unilaterali, seppur portate avanti in modo multilaterale, attraverso alleanze temporanee. Si apre cosi uno scenario alquanto inquietante, caratterizzato dalla cosiddetta “guerra facile” (easy war), una situazione in cui chiunque disponga dei mezzi militari per agire, può attaccare indiscriminatamente, creando cosi una catena di violenza infinita difficilmente interrompibile. Si parla quindi di “guerra giusta” o “guerra

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Parole chiave

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conflitto
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diritto internazionale
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