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Lo sviluppo della tematica donne, pace e sicurezza

Informazioni tesi

  Autore: Anna Bertolini
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Diritti umani e componente civile nelle missioni per la sicurezza umana delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea. Realtà e prospettive dei Corpi civili di pace
Anno: 2008
Docente/Relatore: Marco Mascia
Istituito da: Università degli Studi di Padova
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 39

Lo scopo di quest’elaborato è di effettuare un’analisi sull’argomento donne, pace e sicurezza alla luce della Risoluzione 1325 (2000) del Consiglio di Sicurezza. Tale documento si fonda sulla consapevolezza che tutti gli esseri umani “nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” (Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948) e sul principio di non discriminazione, sancito invece dall’Art. 2. L’obiettivo è quello di garantire alle donne un ruolo attivo nelle attività di prevenzione e risoluzione del conflitto, nei processi di pace formali e informali e nelle operazioni di ricostruzione. Con l’ingresso nel XXI secolo le Nazioni Unite hanno voluto dare un contributo concreto agli sforzi fatti fino ad allora nell’affermazione dei diritti delle donne, riconoscendo a esse non più solo il ruolo di vittime dei conflitti, ma di attori attivi del cambiamento, portatori di capacità e potenzialità utili al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Si è voluto in questo modo dichiarare la peculiarità dell’essere donna e riscattare la posizione femminile, tante volte relegata a un ruolo secondario e subalterno.
Nello sviluppare questo studio si è partiti da una panoramica generale delle tappe principali che hanno visto l’affermazione dei diritti delle donne, dalla Dichiarazione sulla Protezione delle Donne e dei Bambini nelle emergenze e nei conflitti armati del 1974, alle Conferenze Mondiali sulle donne delle Nazioni Unite e il Piano d’Azione della Namibia, specificando in seguito i concetti di genere, mainstreaming di genere ed equilibrio di genere, essenziali al fine di comprendere l’intera trattazione. La Risoluzione 1325, focalizzandosi maggiormente sulle donne, non afferma l’estraneità della sfera maschile a questi argomenti o la necessità di mantenere separati i due sessi, ma al contrario, promuovendo l’introduzione delle tematiche di genere in tutte le aree d’intervento dell’Onu, asserisce l’urgenza di applicare una visione globale, poiché perseguire la pace, richiede lo sforzo congiunto di uomini e donne, in un’ottica di complementarietà.
La Risoluzione 1325 prevede per la sua implementazione l’impegno delle Nazioni Unite e degli Stati Membri. L’Onu deve, mediante la figura del Segretario Generale, adottare Piani d’Azione e avviare attività di reporting e di monitoraggio che sappiano coinvolgere la società civile, soggetto fondamentale di tutte le attività di peacekeeping. Un altro soggetto è sicuramente il Dipartimento di Peacekeeping delle Nazioni Unite (DPKO) il quale predispone dei pacchetti per informare il suo personale e per conformarsi alle decisioni in materia di donne, pace e sicurezza.
Un dibattito su questi temi si è avuto anche a livello europeo, il Consiglio Europeo, infatti, ha affermato l’intenzione di implementare la Risoluzione 1325, garantendo un mainstreaming di genere nelle operazioni PESD e commissionando uno studio all’Istituto di Studi sulla Sicurezza dell’Unione Europea relativamente alle missioni in Bosnia-Erzegovina. L’importante in ogni fase del peacekeeping risulta essere un’analisi accurata del Paese implicato nelle ostilità, della realtà locale, cosi come della popolazione. L’operatore di pace non deve mai dare per scontato lo scenario che si trova a dover affrontare, ogni luogo è diverso e porta con sé le proprie contraddizioni. Si deve perciò essere in grado di capire dove si celano le discriminazioni incrociate, che uniscono discriminazioni razziali e di genere, quest’ultime velate dalle prime, e di intervenire per permettere alle donne e alle ragazze di poter ritornare a essere attori attivi del cambiamento. Per riuscire ad attuare realmente un mainstreaming di genere all’interno delle operazioni di peacekeeping, la Comunità Internazionale deve rendersi conto che molte donne sono ancora vittime di una cultura patriarcale che nega loro qualsiasi autonomia, quindi anche l’accesso ai servizi e agli aiuti, cosi come impedisce loro il giusto godimento dei diritti umani. E’ necessario perciò che in ogni missione di peacekeeping ci sia del personale femminile che possa entrare facilmente in contatto con le donne locali, essere il loro portavoce e svolgere quei compiti che se espletati da un uomo inficerebbero il fine dell’operazione.
Includere la tematica di genere all’interno di tutte le attività delle Nazioni Unite e delle organizzazioni regionali porta degli enormi benefici e risultati, inoltre si è appreso che essere un maschio non è una garanzia per essere un buon soldato. Si è in più sfatata la credenza per cui il personale femminile non sarebbe stato accettato e rispettato dalle popolazioni locali, poiché molteplici studi hanno dimostrato che le persone reagiscono all’uniforme e non al sesso.
In conclusione dell’elaborato si è preso in considerazione brevemente il Piano d’Azione Nazionale, che ogni Stato è chiamato ad approvare per tener fede agli impegni assuntisi come membro delle Nazioni Unite.

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5 INTRODUZIONE Lo scopo di quest‟elaborato è di effettuare un‟analisi sull‟argomento donne, pace e sicurezza alla luce della Risoluzione 1325 (2000) del Consiglio di Sicurezza. Tale documento si fonda sulla consapevolezza che tutti gli esseri umani “nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” (Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948) e sul principio di non discriminazione, sancito invece dall‟Art. 2. L‟obiettivo è quello di garantire alle donne un ruolo attivo nelle attività di prevenzione e risoluzione del conflitto, nei processi di pace formali e informali e nelle operazioni di ricostruzione. Con l‟ingresso nel XXI secolo le Nazioni Unite hanno voluto dare un contributo concreto agli sforzi fatti fino ad allora nell‟affermazione dei diritti delle donne, attribuendo a esse non più solo l‟appellativo di vittime dei conflitti, ma di attori attivi del cambiamento, portatori di capacità e potenzialità utili al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Si è voluto in questo modo dichiarare la peculiarità dell‟essere donna e riscattare la posizione femminile, tante volte relegata a un ruolo secondario e subalterno. Nello sviluppare questo studio si è partiti da una panoramica generale delle tappe principali che hanno visto l‟affermazione dei diritti delle donne, dalla Dichiarazione sulla Protezione delle Donne e dei Bambini nelle emergenze e nei conflitti armati del 1974, alle Conferenze Mondiali sulle donne delle Nazioni Unite e il Piano d‟Azione della Namibia, specificando in seguito i concetti di genere, mainstreaming di genere ed equilibrio di genere, essenziali al fine di comprendere l‟intera trattazione. La Risoluzione 1325, focalizzandosi maggiormente sulle donne, non afferma l‟estraneità della sfera maschile a questi argomenti o la necessità di mantenere separati i due sessi, ma al contrario, promuovendo l‟introduzione delle tematiche di genere in tutte le aree d‟intervento dell‟Onu, asserisce l‟urgenza di applicare una visione globale, poiché perseguire la pace, richiede lo sforzo congiunto di uomini e donne, in un‟ottica di complementarietà. La Risoluzione 1325 prevede per la sua implementazione l‟impegno delle Nazioni Unite e degli Stati Membri. L‟Onu deve, mediante la figura del Segretario Generale, adottare Piani d‟Azione e avviare attività di reporting e di monitoraggio che sappiano coinvolgere la società civile, soggetto fondamentale di tutte le attività di peacekeeping. Un altro soggetto è sicuramente il Dipartimento di Peacekeeping delle

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