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La silice cristallina negli ambienti di lavoro

Informazioni tesi

  Autore: Luca Pastore
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 1996-97
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma
  Facoltà: Medicina e Chirurgia
  Corso: Tecniche di igiene ambientale e del lavoro
  Relatore: Giorgio Gianello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 86

Il presente lavoro porta a compimento il disegno iniziale proposto, di raccogliere le fonti e della messa a punto delle metodiche per l'accertamento della presenza, diffusione e concentrazione della silice libera cristallina, negli ambienti di lavoro, fonte della più classica e di una delle più gravi tra le malattie professionali: la silicosi.
In questi ultimi anni molto è stato fatto in tema di prevenzione, per la riduzione ed in alcuni casi l'abbattimento del rischio reale per quei lavoratori professionalmente esposti. Tuttavia anche se tutte le aziende riuscissero ad avere le concentrazioni ambientali di silice cristallina al di sotto dei valori limite, dobbiamo considerare che rimarrebbe una certa percentuale di lavoratori esposti ad un rischio residuo, i cui effetti a medio e lungo termine sono ancora poco conosciuti.
La parte iniziale di questo lavoro riguarda una sintetica ma precisa descrizione del minerale e delle sue varie forme con cui esso si presenta in natura o allo stato artificiale. segue poi una panoramica sulla strumentazione adoperata nel tempo per il campionamento delle polveri, le relative tecniche di riconoscimento ed analisi e la valutazione del rischio silicotigeno negli ambienti di lavoro.

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LA SILICOSI NELLA STORIA La silicosi è stata una delle prime malattie professionali riconosciute con l'avvento della civilizzazione. In un primo tempo essa è stata associata con la storia delle miniere fin dai tempi del neolitico. Le prime segnalazioni nella letteratura medica iniziano con Ippocrate che nota la correlazione tra esposizione a polveri e malattia in un minatore che respirava con difficoltà ed aveva altri sintomi simili a quelli specifici della silicosi. Plinio “il vecchio” descrive i mezzi impiegati dai minatori per ridurre l'inalazione massiva di "polvere totale". Nel 1556 Agricola pubblica il suo trattato enciclopedico sulle miniere e sulle industrie metallurgiche nel quale include una descrizione dei mali di cui sono afflitti i minatori; in particolare rileva che nelle miniere asciutte la polvere che penetra nei polmoni dei lavoratori produce difficoltà di respirazione e la malattia che i greci chiamavano "asma"; segnala anche che le donne dei monti Carpazi si sposano anche sette volte a causa della prematura morte dei propri mariti minatori. Paracelsus nel 1567 descrive la tisi dei minatori. Tra il 1600 ed il 1800 più di 25 Autori contribuiscono ad approfondire la conoscenza delle malattie che colpiscono i minatori. Ma è Bernardo Ramazzini, il fondatore della medicina del lavoro, a fornire i maggiori contributi. Nel suo libro "De morbis Artificium", pubblicato nel 1700, nel capitolo dedicato alle malattie dei scalpellini scrive che non si devono sottostimare le malattie che colpiscono i cavatori, gli scalpellini, gli 2 .

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