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La privatizzazione della violenza: la crisi del monopolio statale della forza legittima nel caso del Messico

Informazioni tesi

  Autore: Paolo Claudio Ortelli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2008-09
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze delle Relazioni Internazionali e dell'integrazione europea
  Relatore: Damiano Palano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 248

Tutti gli scienziati politici sono concordi nel ritenere che il monopolio della forza fisica legittima sia la principale prerogativa dello Stato moderno, come sintetizzato già un secolo fa da Max Weber. La gestione monopolistica della violenza sul fronte interno, inoltre, si riflette su quello esterno nel sistema internazionale emerso dalla pace di Vestfalia nel 1648: gli Stati riconoscono l’un l’altro una sovranità inviolabile e rappresentano gli unici soggetti di politica internazionale.
Oggi queste prerogative sono poste in discussione da una somma di fenomeni economici, sociali, politici e culturali, che generalmente indichiamo sotto il nome onnicomprensivo di globalizzazione. Una delle conseguenze di tali fenomeni è l’emergere di diversi attori non statali in grado di gestire quote crescenti di violenza, che rendono le “nuove” guerre incomprensibili con gli strumenti cognitivi tradizionali, e che spesso assumono funzioni di sovranità tipicamente statali, con un alto livello di legittimità, su ampi territori. Il monopolio della forza tende così a trasformarsi in un libero mercato, che vede lo Stato competere con mafie, reti terroristiche, compagnie militari private, warlords e gruppi insurrezionali.
Tali processi assumono contorni differenti di regione in regione, di Stato in Stato. Le riforme neoliberiste dettate dal Washington consensus, la progressiva svolta speculativa e anarchica del capitalismo, la deriva personalistica e privatistica della democrazia, l’erosione della sovranità statale, l’emergere di una nuova classe globale di esclusi, la diffusione di nuove forme di particolarismo, frammentazione e tribalismo, le crisi agricole e la conseguente urbanizzazione selvaggia: tutti questi fenomeni si riscontrano a livello globale, ma con intensità ed esiti differenti sugli Stati, dai paesi in via di sviluppo a quelli occidentali, passando per le realtà in transizione. Il caso del Messico è particolarmente emblematico e significativo.
Il paese nordamericano è alle prese con una violenta e macabra carneficina, che ha prodotto migliaia di morti negli ultimi cinque anni, a un ritmo crescente che nel 2010 farà raggiungere e superare i 10000 omicidi. Da quando il governo di Felipe Calderón ha intrapreso nei loro confronti una strategia di aggressione militare, i potenti “cartelli” dediti a rifornire di droga i vicini USA hanno dato vita a una narcoguerra, in cui diverse fazioni della criminalità organizzata si scontrano con l’esercito e tra di loro. Come risultato, il Messico è sull’orlo di un collasso civile, sopraffatto da una violenza dilagante e apparentemente impossibile da sconfiggere.
Le iniziative del governo nascono come risposta allo strapotere della criminalità organizzata, che dai primi anni ’90 ha moltiplicato i profitti derivanti dal narcotraffico e ha iniziato a controllare in modo penetrante numerosi territori, corrompendo endemicamente la polizia e colludendo con vasti settori dell’economia e delle istituzioni locali.
A ben vedere, il rafforzamento dei “cartelli” ha molto in comune – per quanto riguarda le origini – con l’ondata di insurrezioni scoppiate in Messico proprio negli anni ’90, tra cui la rivolta dell’EZLN avvenuta in Chiapas e divenuta celebre a livello internazionale. Al di là delle cause più specifiche, che verranno comunque analizzate a fondo, entrambi i fenomeni affondano le radici nella duplice transizione che mutò a fondo il sistema politico ed economico messicano a partire dagli anni ‘80.
Il Messico passò dalla “dittatura perfetta” del PRI, un sistema accentrato a partito dominante, fondato sull’occupazione delle associazioni intermedie, sul clientelismo, sul controllo dell’informazione e sui brogli elettorali (ma anche su alcune non trascurabili forme di violenza politica), a una democrazia ancora incapace di trovare pieno consenso tra i cittadini e di affermare la rule of law. Tale transizione si è intrecciata con una serie di radicali riforme neoliberiste, finalizzate al superamento del precedente sistema economico statalista. Queste hanno finito per creare un divario straordinariamente ampio tra i più e i meno abbienti, generando peraltro una grave crisi nel mondo agricolo, devastato dall’esposizione alla concorrenza internazionale.
Dall’analisi approfondita di questo complesso intreccio di cambiamenti e del loro impatto sulle insurrezioni e sul rafforzamento della criminalità organizzata, si riconosceranno gli stessi processi globali già emersi nella prima parte.
Si giungerà poi alla conclusione che l’aspetto più pericoloso e decisivo, nello scalfire il monopolio statale della forza, non risiede tanto nella capacità di esprimere violenza, quanto piuttosto nell’elevato grado di legittimità pubblica che tali attori hanno assunto. Il fallimento ormai evidente della “guerra alla droga” promossa dal governo Calderón ne è la prova: è sul piano del consenso e della credibilità dello Stato che si dovrebbe impostare una più efficace strategia di contrasto.

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Introduzione Il 1 gennaio 1994, nei villaggi agricoli immersi tra i boschi del Chiapas, tremila contadini, armati in modo rudimentale e coperti da passamontagna, lanciarono la propria sfida allo Stato messicano, al grido di «ora basta!». Gli insorti, appartenenti all‟Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e guidati dal carismatico “subcomandante” Marcos, guadagnarono il controllo di numerosi centri abitati. Il presidente in carica, Carlos Salinas de Gortari, inviò sul posto 14mila soldati, ma si trovò costretto, in seguito alle diffuse manifestazioni di solidarietà e appoggio nei confronti dei ribelli, a dichiarare il cessate il fuoco: erano passati soltanto dodici giorni, dall‟inizio dell‟insurrezione. Dopo anni di infruttuose trattative e di guerre civili locali, fomentate da gruppi paramilitari in gran parte istruiti dall‟esercito, nel Chiapas, regione poverissima e periferica, l‟EZLN controlla ancora oggi diverse municipalità, vere e proprie enclavi in cui, per citare i manifesti che circondano la zona, «il popolo comanda, e il governo obbedisce». L‟insurrezione chiapaneca fu uno dei numerosi episodi di guerriglia rurale che il Messico affrontò negli anni Novanta, in continuità con una storia nazionale profondamente segnata dagli episodi di rivolta contadina. L‟EZLN ha saputo ottenere, tuttavia, un livello di legittimazione nazionale e globale che nessun altro gruppo insurrezionale aveva mai raggiunto – non solo in Messico, ma in tutto il mondo – grazie all‟elevato spessore politico, alle rivendicazioni sociali e politiche condivise da gran parte dei campesinos, all‟originalità del suo approccio critico alla globalizzazione, alle doti comunicative di Marcos e al sapiente utilizzo dei media. Negli anni più recenti, il Messico ha ridestato l‟attenzione internazionale in seguito all‟ondata di violenze legate al narcotraffico, che hanno insanguinato il paese in misura sempre più angosciante. La presenza di forti organizzazioni criminali, dedite allo smercio di stupefacenti negli USA sin dall‟inizio del XX secolo, ha radici antiche in Messico. A partire dagli anni Ottanta, tuttavia, il potere dei cosiddetti “cartelli” della droga si è progressivamente dilatato e sottratto al controllo dello Stato. Le ricchezze prodotte dal narcotraffico sono cresciute immensamente, al punto da arrivare a sostenere buona parte dell‟economia nazionale. La corruzione, nelle istituzioni statali e soprattutto nella polizia, è divenuta endemica, inestirpabile; l‟impunibilità dei reati criminali resta un‟angosciosa costante. I cartelli si sono trasformati in soggetti capaci di assumere 4

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