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Diritti violati e diritti negati a Guantanamo

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Maria Leveque
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2008-09
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Marinella Fumagalli Meraviglia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 290

Il carcere cubano di Guantanamo altro non è che il prodotto di un mondo che ha subìto una svolta tanto radicale quanto inaspettata con la fine della guerra fredda. La linearità del mondo bipolare ha lasciato oggi il posto ad un pianeta nel quale ha fatto la sua comparsa un nuovo tipo di conflitto: la guerra asimmetrica, che vede contrapposti uno Stato nazionale come gli Stati Uniti ad un gruppo a-territoriale come al-Qa’ida.
L’attacco alle torri gemelle apre un nuovo capitolo del terrorismo internazionale, che deve adeguare le vecchie definizioni alle nuove sfide.
Gli Stati Uniti, per garantire un maggior livello di sicurezza alla propria nazione, decidono di barattare i propri valori e di intraprendere una guerra contro l’Afghanistan senza porsi il problema di mettere in pericolo la stabilità della NATO. Nel gennaio 2002 i primi ad arrivare a Guantanamo sono proprio i prigionieri caduti nelle mani statunitensi in seguito al conflitto afghano. La scelta del luogo, una base militare americana in territorio cubano, fa sì che gli Stati Uniti non si sentano in obbligo di garantirvi le protezioni offerte dalla Costituzione federale, anche se la Corte Suprema si pronuncia diversamente. Gli Stati Uniti, inoltre, si rifiutano di applicare la Terza Convenzione di Ginevra a quelli che sono a tutti gli effetti dei prigionieri di guerra; ancora, con l’insediamento di Karzai a guida del governo ad interim dell’Afghanistan, termina la fase del conflitto internazionale ed inizia quella del conflitto interno tra la forza multinazionale Isaf e i ribelli affiliati ai talebani o ad al-Qa’ida: ai prigionieri catturati in questa seconda fase del conflitto, vengono negate le garanzie offerte dall’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra. I prigionieri vengono tacciati di essere degli Enemy combatants e, come tali, immeritevoli di godere di alcun diritto. Al loro giudizio provvedono degli appositi tribunali militari, le military commissions, operanti totalmente al di fuori della legge e irrispettosi dei criteri basilari del giusto processo.
Gli Stati Uniti divengono quindi tristemente famosi per gli abusi inflitti ai prigionieri in loro custodia; quando il New York Times si impossessa nel 2004 di uno dei rapporti confidenziali su Guantanamo redatto dal Comitato internazionale della Croce Rossa, la notizia delle torture e dei maltrattamenti inflitti ai prigionieri diventa di pubblico dominio. Anzi, si scopre che ciò è inserito in una più ampia politica che vede la CIA indossare le vesti di arbitrario giustiziere mondiale che preleva in ogni parte del mondo dei presunti estremisti (Extraordinary renditions) per rinchiuderli in una serie di prigioni segrete disseminate in giro per il mondo, ove è negato l’accesso persino al Comitato internazionale della Croce Rossa.
I prigionieri hanno visto per anni violati e negati i loro diritti, sia a Guantanamo che nelle prigioni segrete dove hanno transitato prima di giungere sull’isola cubana. Essi sono stati rinchiusi in minuscole celle, spesso completamente nudi, costretti ad ascoltare musica ad alto volume, esposti alle temperature più estreme, privati di una dieta solida, sottoposti al waterboarding e ai pestaggi di apposite squadre addette al mantenimento dell’ordine. A questi detenuti, oltre alle sevizie inflitte, è stato anche negato il diritto al due process of law, uno dei pilastri del sistema giuridico di ogni nazione civile che si rispetti così che, ancora oggi, in carcere, si trovano persone che dopo anni e anni non hanno ancora visto materializzarsi contro di loro un’accusa specifica e che sono, spesso, innocenti. Altri, che invece innocenti non sono, non possono essere comunque condannati perché contro di loro non è possibile addurre alcuna prova, dato che le confessioni estorte con la tortura non hanno valore.
L’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti d’America segna una svolta epocale e determina un’insperata soluzione anche per il problema di Guantanamo. Due giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, il 22 gennaio 2009, il neo eletto Presidente, deciso a restituire all’America un volto più umano, ha firmato tre ordini esecutivi volti a stabilire la chiusura del carcere il prima possibile e, in ogni caso, non più tardi del gennaio 2010. Questa svolta attesa da tempo si scontra ora con il problema ancora insoluto di trovare una nuova collocazione a chi verrà rilasciato da Guantanamo che non può fare ritorno in patria perché rischierebbe la persecuzione proprio per il fatto di essere stato nel carcere cubano e che non può essere accolto sul territorio statunitense a causa della forte opposizione di molti Stati federati, che vedono nei prigionieri dei pericolosi terroristi. A questo punto, l’unica soluzione parrebbe essere quella della mano tesa dall’Unione Europea.

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Diritti violati e diritti negati a Guantanamo INTRODUZIONE Per comprendere appieno che cosa significhi davvero Guantanamo, è necessario effettuare una sorta di viaggio a ritroso nel tempo. Il carcere cubano altro non è che il prodotto di un mondo che ha subìto una svolta tanto radicale quanto inaspettata con la fine della guerra fredda. La linearità del mondo bipolare ha lasciato oggi il posto ad un pianeta nel quale ha fatto la sua comparsa un nuovo tipo di conflitto: la guerra asimmetrica, che vede contrapposti uno Stato nazionale come gli Stati Uniti ad un gruppo a-territoriale come al-Qa’ida che, per il fatto di non appartenere alle categorie che il mondo occidentale si è costruito, porta con sé una paura decisamente maggiore, la paura di ciò che non è conosciuto, la paura dell’ignoto. Guardando la questione da lontano, si può dire che Guantanamo di questa paura è frutto, così come della mancanza di conoscenza reciproca tra il mondo occidentale e il mondo musulmano. Questo lavoro cercherà dunque di partire da una descrizione del mondo post bipolare come ci viene fornita dalle teorie della Relazioni internazionali, che ci propongono una nuova struttura con una superpotenza, gli Stati Uniti, e tante grandi potenze, su cui l’11 settembre si abbatterà come un fulmine a ciel sereno, spezzando l’apparente tranquillità degli anni Novanta e facendo scoprire al mondo una nuova sfida bipolare. Si partirà, per analizzare la situazione creatasi, dal concetto musulmano che vede contrapposto il Dâr al-Islâm al Dâr al-Harb. In queste pagine, grande spazio sarà dato agli Stati Uniti ponendo l’accento in particolare sulla politica interna e sulla politica estera degli anni Novanta e del dopo 11 settembre, per capire quanto un evento inaspettato, commesso da un attore poco conosciuto, possa indurre cambiamenti radicali nelle policies governative e, soprattutto, come la paura riesca ad indurre lo Stato più forte del mondo a barattare i suoi valori per cercare di garantire ad ogni costo maggiore sicurezza alla propria nazione. L’attacco alle torri gemelle apre poi un nuovo capitolo del terrorismo internazionale, che deve adeguare le vecchie definizioni alle nuove sfide; l’11 settembre mette il mondo in movimento: non sono solo gli Stati a produrre nuove normative in materia di anti terrorismo ma, a farlo, sono anche le Organizzazioni internazionali. L’analisi dei provvedimenti da esse intrapresi risulta essere estremamente utile in quanto la grande 13

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