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Forme di verità nel discorso giudiziale

La presente tesi si propone l’obiettivo, immodesto, di analizzare le forme di verità del discorso giudiziale. L’esigenza nasce dalla conduzione di un’ulteriore analisi, ad essa (necessariamente) sincronica: quella delle forme di razionalità del medesimo discorso. Cosicché la ricerca dei modi in cui può essere “vero” il discorso del giudice è un unicum con la (e non può essere diviso dalla) ricerca della sua razionalità. Entrambe le analisi devono essere condotte ad un tempo dato il loro essere aspetti distinti (ma talvolta uniti, cosicché è impossibile dire che siano davvero distinti) del medesimo fenomeno. In tal caso però, è più corretto dire che l’analisi sulla razionalità ha comportato con sé l’ulteriore analisi sulla verità.
Infatti causa efficiente dell’intero lavoro è lo stimolo al calculemus leibniziano dato dagli studi logici; intrapresi, questi, in base a una pre-comprensione: che vi sia una logica nel diritto, che il diritto – nelle sue varie declinazioni – sia discorso razionale.
Più nello specifico la tesi analizza alcuni dei diversi modi in cui si è tentato di applicare gli strumenti della filosofia analitica al diritto.

Nel primo capitolo infatti si da conto delle traversie logiche del sillogismo giudiziale: l’insufficienza della logica classica deduttiva e le imperfezioni della logica deontica, i difetti del logicismo e gli approcci anti-logicisti. La verità delle norme (o la sua possibilità), distinta dalla validità, è il tema iniziale.

Nel secondo capitolo l’attenzione si sposta sulle teorie dell’argomentazione: dal sillogismo giudiziale alla ricostruzione delle sue premesse, nel tentativo di comprendere se la costruzione di queste, e le logiche che vi sono dietro, condizionano l’intera struttura logica del sillogismo, cosicché non alla deduzione debba guardarsi per le conclusioni del giudice, ma a una logica più ampia, meno rigorosa, e che di questa sia presupposto.
A differenti logiche differenti criteri di verità.
A tale scopo si sono uniti alcuni aspetti della teoria dell’argomentazione giuridica di Robert Alexy, alla teoria del codice ermeneutico di Pierluigi Chiassoni, alle considerazioni sul ragionamento in mente intepretis di Arthur Kaufmann. A questi autori, soprattutto, si deve far riferimento per individuare la causa materiale del presente lavoro.

Infine nel terzo capitolo si riconsidera l’intero percorso svolto, alla luce delle acquisizioni ottenute: due “nuove” forme di “razionalità” e una “nuova” forma di “verità”. Il loro uso combinato da, in qualche modo, conto del superamento (in una determinata prospettiva) dell’adagio “auctoritas non veritas facit ius”. La decisione del giudice non ha nell’arbitrio le sue ragioni, ma la ragione stessa è motivo della sua accettabilità.

Concludendo, la presente tesi è quindi il percorso affrontato dallo scrivente, negli interessanti territori della filosofia analitica, per la verifica di una sua personale intuizione. Se si tratti di verifica nel senso di confronto o di verifica nel senso di fare\rendere vero è difficile dirlo: molti i casi in cui “l’oggetto di una conoscenza è prodotto in ultima istanza da questa stessa conoscenza”.
A riguardo si può solo dire che si è tentata una via per avvicinarsi al diritto. Verso il diritto quindi, causa finale del intero lavoro.

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PRESENTAZIONE Il presente lavoro si pone come indagine dei modi di essere della razionalità del discorso giuridico. In quanto tale questo lavoro è anche una indagine sulla verità. La razionalità è in stretta relazione con la verità. Molteplici i modi di essere vero di un discorso e molteplici le forme di razionalità pensabili. Tra le tante forme possibili si sostengono qui una nozione di razionalità intesa come consapevolezza procedurale e coerenza assiologica e una nozione di verità intesa come razionalità dell’accordo raggiunto in condizioni ideali. La verità, in questo particolare caso, tende quasi a coincidere con la razionalità: la decisione del giudice è “vera” in quanto “razionale”. La molteplicità di modi della verità e della razionalità è data dal loro essere concetti funzionali: in quanto tali, modellabili (relativamente) secondo le esigenze contingenti. Non contingente, ma universale, è invece la funzione della verità: essa tende a metterci in contatto col mondo, cosicché ogni nostro pensiero è “verificabile”. Verificabile non solo nel senso di sondabile, ma soprattutto nel senso di essere fatto vero: nello stesso modo in cui i giureconsulti romani rendevano veri gli accertamenti probatori, non perché lo fossero, ma perché lo divenivano nel processo a seguito della procedura. La verità come modo di intervento nel mondo concreto da parte della ragione. Ed è a questa che quindi il lavoro finisce col rivolgersi: alla ragione che garantisce il passaggio dalla particolarità della decisone del giudice alla sua universalizzabilità, operando il passaggio dalla validità del particolare all’universalità del vero. In questo senso la presente ricerca indaga il vero. Partendo dal discorso giuridico. La domanda da cui si avvia il discorso è se vi sia razionalità nel discorso giudiziale. La domanda cui si giunge è come sia pensabile una metafisica del diritto. 5

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Giuseppe Susca Contatta »

Composta da 78 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.