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La Convenzione Unesco sulla diversità culturale e i diritti delle minoranze

Nel 2001, all'indomani dell'11 settembre, a Parigi la Conferenza Generale dell'UNESCO adottò la “Dichiarazione sulla Diversità Culturale”. Da li prese via il processo che porto, nel giro di quattro anni, all'adozione di un ambizioso trattato che si pone come obiettivi sia quello di indicare la via per il dialogo interculturale, sia di affermare la diversità come risorsa economica e criterio di sostenibilità dello sviluppo. Si tratta della “Convenzione UNESCO per la protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali”.

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2 Introduzione Sono passati circa vent'anni da quando, il crollo dell'Unione Sovietica, ha segnato la fine di un ordine mondiale fondato sulla contrapposizione tra due blocchi, e l'inizio di un periodo di transizione. Dei due blocchi, quello occidentale aveva in gran parte accettato il modello capitalistico americano, importandone buona parte dei miti, tanto che presto alcuni paesi europei avevano iniziato ad interrogarsi sul pericolo di omogeneizzazione. All''indomani della fine della guerra fredda, molti credettero nella possibilità di un nuovo ordine imperniato sul ruolo dominante degli Stati Uniti, garanti della sicurezza mondiale. Sembrava l'alba di un nuovo impero, in cui il paese dominante, sicuro del suo strapotere militare, aveva iniziato da tempo a diffondere la sua cultura in tutto il mondo, soprattutto tramite la sue prorompenti industrie cinematografica e musicale. Questo scenario venne clamorosamente smentito nel 1993, quando il fallimento della missione americana in Somalia mostrò come fosse impossibile che un solo Stato, per quanto potente, potesse garantire la sicurezza mondiale. Iniziarono ad emergere le teorie del multipolarismo, mentre l'affermarsi della globalizzazione economica e la fine della “cortina di ferro” ponevano nuove sfide globali, fra i quali quelle delle migrazioni e del riaffacciarsi del problema delle minoranze. Di quest'ultimo furono interessati soprattutto quei paesi socialisti nei quali, declinando l'ideologia che aveva cercato di fondare sulla coscienza di classe una nuova identità politica, riesplosero i nazionalismi. Il conflitto dell'ex Jugoslavia fu il più drammatico episodio di questo fenomeno, che vide le condizioni delle minoranze peggiorare in molti altri paesi. Inoltre, proprio il processo di globalizzazione, determinò una riscoperta delle identità locali, quale reazione all'omogeneizzazione della cultura1. Del problema dell'immigrazione furono interessati soprattutto i paesi industrializzati, proprio in ragione della maggior permeabilità delle frontiere che la fine della guerra fredda aveva determinato. Con esso il fantasma del razzismo tornò ad aleggiare anche in quei paesi dai quali sembravano esser stati per sempre banditi. Sia nei paesi d'immigrazione, che in quelli comprendenti minoranze storiche, spuntarono partiti pronti ad additare il “nemico interno” come minaccia alla Nazione2. 1 GRILLI DI CORTONA, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, Bologna, 2003, pp. 15 ss. 2 GRILLI DI CORTONA, cit.

Tesi di Master

Autore: Donato Altobelli Contatta »

Composta da 33 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3087 click dal 04/01/2011.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.