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Metafisica, scienza & linguaggio. Considerazioni su alcune difficoltà insite in un approccio razionalistico all’esperienza comune nonché scientifica

Informazioni tesi

  Autore: Angelo Azzolina
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Lorenzo Magnani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 206

Potremmo dire, semplificando, che in filosofia esistono due approcci possibili: il primo, consiste nel riferirsi ad un autore in particolare ed esaminare l’ampio spettro di quei problemi, che generalmente possono essere detti filosofici, sulla scorta delle idee e delle intuizioni di quel particolare autore; mentre il secondo, consiste nell’isolare un problema specifico ed esaminare il modo in cui diversi pensatori hanno affrontato e si sono misurati con quello specifico problema; per lo svolgimento di questa tesi si è adottato questo secondo approccio.

Il tema centrale dell’intera argomentazione è, infatti, il linguaggio: il problema del linguaggio e delle derive innescate, anche, a causa di un modo razionalistico d’intenderlo e interpretarlo: quello dell’empirismo logico. Le strutture linguistiche determinano ciò che l’individuo percepisce nel proprio mondo e la sua maniera di pensare al riguardo; e siccome queste strutture variano enormemente, le forme della percezione, del pensiero e della risposta, in gruppi umani che si valgono di diversi sistemi linguistici saranno molto differenti: ne risulteranno visioni del mondo radicalmente dissimili. Sezioniamo la natura secondo linee tracciate dalla nostra lingua natia e, per quanto può saperne la coscienza umana, non esiste una realtà fisica universalmente oggettiva: un quadro del linguaggio, della mente e della realtà basato quasi esclusivamente sulla logica kantiana-cartesiana e sul campo semantico europeo-occidentale sarebbero una semplificazione insolente.

Il nocciolo della questione è che il mondo reale, in larga misura, è costruito inconsciamente sulle abitudini linguistiche del gruppo e non esistono due lingue che siano sufficientemente simili da far pensare che rappresentino la medesima realtà sociale: i mondi in cui vivono società differenti sono mondi distinti, e non, potremmo dire in opposizione ad una concezione nominalistica ingenua, semplicemente il medesimo mondo con diverse etichette appiccicate sopra.

Dunque, a partire da quest’ordine di considerazioni, ed essendoci avvalsi della riflessione di 5 differenti pensatori: Friedrich Nietzsche, Ludwig Wittgenstein, Moritz Schlick, Paul K. Feyerabend e René Girard, i quali, per quanto eterogenei, ci permettono di coprire un arco temporale che si estende pressoché su tutto il secolo appena trascorso, possiamo dire che l’intento più specifico della tesi sarebbe quello di azzardare un tentativo di comprendere il significato della storia di quel secolo, per arrivare a comprendere la nostra contemporaneità; la qual cosa è possibile, per l’appunto, solo se si riesce a cogliere il movimento del pensiero che sta all’origine della storia del 900.

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1) L’armatura logica del mondo Siamo nel 1930, quando Moritz Schlick annuncia in gran pompa la grande svolta della filosofia (Die Wende der Philosophie). Il suo discorso, per non lasciar dubbio alcuno sulla piena coscienza che egli ha della portata e della gravità intrinseca della convinzione di cui si appresta a metterci a parte, comincia con un accenno all’anarchia delle opinioni filosofiche. Di tempo in tempo, ci ricorda Schlick, vengono indetti dei concorsi a premio per scritti sulla questione dei progressi che la filosofia avrebbe compiuto in un determinato periodo di tempo. L’intervallo prescelto veniva usualmente delimitato con il nome di un grande pensatore da una parte e dall’altra col presente. L’idea che quest’uso sottende è molto semplice: “si presupponeva che sui progressi filosofici dell’umanità fino a quel pensatore già si fosse, in certo qual modo, fatta luce, ma che da lui in poi divenisse dubbio quali nuove conquiste la nuova epoca avesse apportato.”(1) I filosofi divenuti classici del pensiero, proprio in ragione di ciò, hanno superato con successo la prova del tempo e di fronte a tutto ciò ch’è divenuto storico si prova una maggiore considerazione; ben per questo si guarda al passato con minor scetticismo e si è ben disposti a riconoscere uno sviluppo ascendente alla sua filosofia. Se non che, “proprio i pensatori più capaci raramente hanno ritenuto incrollabili e permanenti i risultati della filosofia precedente, sia pure dei classici. […] Ogni nuovo sistema, in fondo, comincia sempre di nuovo daccapo, ogni pensatore cerca un suo proprio saldo fondamento e non ama mettersi sulle spalle dei suoi predecessori. Cartesio si sentì (non senza ragione) un iniziatore assoluto. Spinoza credette, con l’introduzione della forma matematica (in realtà risultata piuttosto posticcia), di aver trovato il metodo filosofico definitivo. E Kant era convinto che sulla via da lui battuta la filosofia avrebbe finalmente assunto il procedere sicuro di una scienza. […] - Dunque - quasi tutti i grandi pensatori hanno reputato necessaria una riforma radicale della filosofia tentandola essi stessi.”(2) Sforzi titanici conclusisi tutti quanti nel modo proprio e consono agli sforzi titanici e che, oggi, ci pongono dinanzi ad un disastrato campo di battaglia a cui scetticismo e rassegnazione sembrerebbero il solo atteggiamento adeguato di guardare. Insomma, un’esperienza di oltre duemila anni pare insegnarci che ogni tentativo di porre fine al caos dei sistemi e di cambiare le sorti della filosofia non possa essere preso sul serio e noi, amaramente, siamo ogni volta riconsegnati dallo sconforto al sospetto che la filosofia non porterà mai ad un genuino problema. Ciò nonostante, coma abbiamo detto, l’ennesima, nuova e senz’altro definitiva svolta della filosofia, che finalmente porrà fine all’annosa ed infruttuosa polemica fra i sistemi, è pronta per essere annunciata da Moritz Schlick, infatti, a suo dire, si è ora in possesso dei mezzi che rendono non necessaria per principio ogni polemica del genere; si tratta solo di applicarli con decisione. Questi nuovi mezzi, più esattamente procedure, hanno origine nella logica. Furono intravisti da Leibniz e notevolmente sviluppati da Frege e Russel, ma solo Wittgenstein, con il Tractatus logicophilosophicus, li ha valorizzati radicalmente. Queste nuove metodologie, elaborate dai matematici per sopperire all’inefficacia delle forme tradizionali della logica nella risoluzione di problemi particolari e rivelatesi poi in ogni campo a tal punto superiori di quelle antiche, tanto che è lecito aspettarsi le soppiantino completamente, sarebbero dunque in grado di esimerci da ogni conflitto filosofico? Ci permetterebbero di disporre di regole generali con il cui ausilio risolvere tutte le tradizionali questioni della filosofia?

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